Il cavalier Bugiardoni

Il cavalier Bugiardoni
di Marco Travaglio

da MicroMega

«Vorrei concludere ricordando una breve storia. La storia di un ragazzo che alla fine degli studi liceali fu portato dal padre a visitare il cimitero in cui riposano molti giovani valorosi soldati che avevano attraversato l’Oceano per ridare libertà e dignità a un popolo oppresso. Nel mostrarmi quelle croci, quel padre fece giurare a quel ragazzo che non avrebbe mai dimenticato il supremo sacrificio con cui quei soldati americani avevano difeso la sua libertà… Quel padre era mio padre, quel ragazzo ero io. Quel giuramento non l’ho mai dimenticato e non lo dimenticherò mai» (discorso al Congresso americano, 1-3-2006).

Per alcuni giorni gli osservatori s’interrogano su quale cimitero di caduti americani abbia visitato il giovane Silvio, visto che in tutta la Lombardia ci sono soltanto 400 tombe di caduti Usa. Poi, il 6 marzo, rispondendo a un giornalista a Telelombardia, Berlusconi svela l’arcano: «Era il cimitero di Nettuno ad Anzio» (come se le due località fossero la stessa cosa).

Si intuisce subito che sta improvvisando, anche perché poi aggiunge:
«Mio padre era un grande estimatore di De Gasperi e andava spesso a
Roma quando c’erano delle situazioni con lui. Una volta portò anche
me e l’indomani mi condusse al cimitero. Avevo vent’anni, era il
1956 o il 1957». Ma purtroppo De Gasperi è morto il l9 agosto 1954:
un anno prima che il giovane Silvio (classe 1936) si diplomasse e
due-tre anni prima della sua presunta missione al cimitero di «Nettuno
ad Anzio». Che evidentemente è frutto della sua sconfinata fantasia.

«Non ho mai conosciuto l’avocato Mills. Può darsi che gli abbia
stretto una volta la mano ad Arcore, come la stringo a decine di
persone ogni giorno, ma senza conoscerlo» (a Telelombardia, 6-3-2006).

Anche questo è falso. Come risulta da un appunto sequestrato a David
Mackenzje Mills – l’avvocato inglese che architettò il comparto
estero e occulto della Fininvest nei paradisi fiscali e che lavora per
il gruppo Berlusconi da fine anni Ottanta – il 23 novembre 1995 il
Cavaliere parlò con lui al telefono da Milano a Londra: erano
trascorsi appena due giorni dal nuovo mandato di cattura spiccato dai
giudici di Milano contro il latitante Bettino Craxi, per 10 dei 23
miliardi versatigli in Svizzera dalla All lberian. «Quando ho parlato
a Silvio Berlusconi giovedì», annota Mills, «lui ha insistito sul
fatto che le ultime accuse sono motivate politicamente. Sono bombe
politiche perché ora i giudici di Mani Pulite sono in grado di
affermare che dietro a questo pagamento a Craxi ci sia Berlusconi…»
Da un altro documento sequestrato a Mills emerge che qualche mese
prima, nel luglio 1995, l’avvocato aveva incontrato Berlusconi,
accompagnato dalla figlia maggiore Marina, ai Garrick Club di Londra, e
lì i due avevano discusso delle Società estere del gruppo.

«L’editoriale di Mieli sul Corriere della Sera dimostra che la
sinistra ha conquistato un altro pezzo di società, applicando la
teoria gramsciana della conquista delle casematte del potere. D’altra
parte era proprio Mieli il direttore di quel Corriere che annunciò
l’avviso di garanzia contro di me in pieno G7 a Napoil» (a Porta a
porta 8-3-2005).

L’editoriale di Mieli non è una novità, visto che già nel 1996 il
direttore del Corriere firmò un editoriale alla vigilia delle elezioni
augurandosi la vittoria di Prodi dopo il rovinoso fallimento del primo
governo Berlusconi, durato appena 7 mesi e rovesciato da Umberto Bossi.
La stessa cosa faceva, a ogni elezione locale o nazionale, Indro
Montanelli sul Giornale edito da Berlusconi, invitando a votare per la
Dc («turandosi il naso», nel 1976) o per i partiti laici del
pentapartito, in funzione non certo gramsciana, ma anticomunista.
Montanelli fece altrettanto invitando i lettori della Voce a votare per
il Centro di Segni-Martinazzoli nel 1994 e, sul Corriere, si espresse
per Prodi nel 1996 e nel 2001. Si tratta di una prassi di trasparenza
tipica non dei paesi comunisti, ma della migliore tradizione della
stampa anglosassone.

Quanto al preannuncio dell’avviso di garanzia durante il G7 di Napoli
sul Corriere dei 22 novembre 1994, è una triplice menzogna.

1) Non era un avviso di garanzia, ma un invito a comparire, cioè un
atto dovuto per legge, visto che si rendeva necessario interrogare
urgentemente il premier. A suo carico, infatti, erano emersi gravi
indizi di complicità nelle tangenti Fininvest alla guardia di finanza
e nel depistaggio delle indagini attivato da Massimo Maria Berruti (ex
ufficiale della guardia di finanza, poi passato al gruppo Berlusconi
come avvocato, e oggi deputato di Forza Italia) subito dopo una visita
a palazzo Chigi. L’urgenza derivava dalla necessità di sentire
Berlusconi e Berruti separatamente ma contemporaneamente su
quell’incontro cruciale.

2) In quel momento a Napoli non si teneva alcun vertice del G7
(tenutosi nel mese di giugno), ma una conferenza internazionale sulla
criminalità, che inizialmente Berlusconi contava di inaugurare
soltanto nella prima giornata, lunedì 21 novembre, per poi rientrare a
Roma in serata. Questo almeno risultava ai carabinieri, che infatti,
incaricati dal procuratore Borrelli di recapitargli il plico, si
recarono a Roma e non a Napoli. A palazzo Chigi appresero che
Berlusconi aveva cambiato idea, trattenendosi a Napoli un altro giorno.
Allora lo chiamarono al telefono e in tarda serata riuscirono a
leggergli parte dell’invito a comparire, che conteneva tre capi
d’imputazione. Dopo il secondo, però, il premier buttò giù la
cornetta infuriato.

L’indomani il Corriere della Sera riportò soltanto due dei tre capi
d’imputazione: guardacaso quelli che Berlusconi conosceva. Il che,
come ha ripetuto di recente, dimostra che la fuga di notizie al
Corriere della Sera partì dall’entourage del Cavaliere, e non dai pm
o dagl’investigatori, che le accuse le conoscevano tutte e tre per
intero.

3) Il Corriere non preannunciò dunque un bel nulla al premier, la
mattina di martedì 22 novembre; dalla sera prima Berlusconi sapeva di
essere indagato per corruzione. Ciononostante decise di presiedere
anche quel giorno il forum sulla criminalità. Ergo fu lui, e non la
procura di Milano, a esporre l’Italia al ludibrio internazionale, pur
di dirottare l’attenzione generale sulla (inesistente) violazione del
segreto investigativo, anziché sulla vera notizia grave: il premier
italiano coinvolto nelle tangenti pagate da tre sue aziende alla
guardia di finanza.

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