L’isola nazione

Tutti prima o poi abbiamo sognato di poter abbandonare le regole ferree delle società contemporanee per vivere in uno stato costruito a nostra immagine e somiglianza. Emilio Salgari nelle Meraviglie del Duemila aveva immaginato una Terra nella quale città indipendenti, delle polis del futuro, solcavano libere, incessantemente, gli oceani da punto cardinale all’altro. Marshall Savage, un professore della USC, promotore del Progetto Acquarius http://en. wikipedia. org/wiki/Marshall_Savage , le voleva addirittura usare per colonizzare lo spazio, mentre Michael Oliver, un miliardario di Las Vegas, con il Progetto Repubblica di Minerva, http://www. imperial-collection. net/minerva. html, mirava a costruire un’isola-nazione al largo di Tonga. Norman Nixon, un’istrionico politico-affarista statunitense che ha lanciato la sua candidatura per la presidenza statunitense con una campagna write-in, se n’è invece uscito con l’idea della Freedom Ship, http://www. freedomship. com. Della lunghezza di un miglio e dal costo di dieci miliardi di dollari, l’isola nazione verrebbe ancorata in acque internazionali e offrirebbe dimora a centomila persone.

Adesso al novero dei progetti si aggiunge anche quello del Seasteading Insitute, http://www. seasteading. org/, che intende costruire una serie di dimore oceaniche, questa volta ancorate sul fondo del mare, che, collegate da un network aereo formeranno una vera e propria nazione indipendente dei mari.

Ma se i progetti avanzati dai precursori del Seasteading Insitute avevano un che, diciamo, di fantasioso, quello dell’istituto californiano possiede un peso finanziario e concettuale che mancava a quelli che l’avevano preceduto. Prima di tutto perché vi sono coinvolti una serie di luminari della Silicon Valley, tra cui il fondatore di PayPal, Peter Thiel, Patri Firedman – membro di punta del Prediction Team della Google – Wayne Gramlich, un ingegnere della Sun Microsystems e Joe Lonsdale, partner della Clarion Capital Management, un hedge fund di San Francisco. Ma anche perché ha alle spalle uno studio di fattibilità di 300 pagine, http://seasteading. org/seastead. org/book_beta/full_book_beta. html.

E per dimostrare che non scherzano i tecnocrati californiani hanno già investito 500 mila dollari a testa nel progetto promettendo nel contempo di varare il primo prototipo di dimora SeaSteady nel giro di due anni e di ancorarlo nella Baia di San Francisco.

“La storia è piena di pazzi che hanno cercato di realizzare questo tipo di cose”, ha dichiarato Lonsdale, nominato presidente del Seasteady Institute, “La nostra idea è di farlo in una maniera che non sia pazzesca”.

Come? Spendedo all’inzio una manciata di milioni di dollari per ridimensionare e modificare una piattaforma petrolifera gallegiante di tipo Spar, http://www. offshore-technology. com/projects/genesis/genesis8. html, una di quelle in cui gli alloggi (circa 50 metri quadrati a persona), possono essere costruti nel tubo centrale che àncora la piattaforma al fondo marino. Nella parte superiore, emergente dal mare, verrebbero situati invece i solarium, i giradini, le biblioteche, le mense, gli impanti solari per l’alimentazione energetica delle varie abitazioni, gli impianti satellitari per le comunicazioni e l’internet e tutti gli altri edifici di carattere comunitario.

“Il modello Spar è più sicuro perché ha una bassa interazione trasversale con le onde”, ha dichiarato Gramlich. Quanto alla nazionalità, i promotori del Seasteading Institute non prevedono di creare un caso da discutere alle Nazioni Unite. Per adesso si comporteranno come se stessero varando delle navi che vogliono sfuggire al fisco acquistando una bandiera di comodo.


(21 maggio 2008)

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