“Net+Television” di Tommaso Tessarolo

Quando iniziai a scrivere il mio libro nel settembre del 2006 mi posi un solo obiettivo: documentare in maniera indelebile i pensieri di un passaggio della mia esperienza professionale. Pensai: almeno questa volta lo scrivo, lo pubblico e rimarrà lì, nel bene e nel male. Uno dei momenti chiave di quel testo è dedicato alle modalità ed alle interfacce grazie alle quali è possibile vedere la NetTV.

L’8 Maggio durante la conferenza stampa di presentazione di Current Italia la domanda che ho trovato più interessante mi è stata posta un giornalista della carta stampata, credo fosse di Liberazione. Più o meno mi ha chiesto: che fine ha fatto la NetTV ora che hai sposato un progetto che va solo su SKY. Nel rispondere ho provato un misto di sentimenti. Contento perché la risposta era già nero su bianco a fine 2006, profondamente insoddisfatto perché a quel problema non è ancora stata trovata una risposta e, peggio, perché nessuna azione concreta è stata intrapresa per la sua soluzione.

Più che rispondere alla domanda vorrei condividere con chi ha ancora la pazienza di leggere questo singhiozzante blog il ragionamento che mi ha portato a scegliere senza indugio la strada della sperimentazione all’interno di un contesto televisivo classico, pur non abbandonando affatto i principi e le sfide della NetTV. 

La NetTV è democrazia, perché rompe le barriere che impediscono ai più di poter produrre e condividere materiali audio visivi con un numero potenzialmente infinito di individui. Questo il presupposto del ragionamento che, quando verificato, stravolge le regole. La Televisione d’altra parte è uno strumento, un meccanismo, nelle mani di pochi, controllato e mediato, con rarissime eccezioni di vera apertura. Fermandosi qui, nessun dubbio su quale scelta intraprendere, su dove concentrare le energie. I problemi cominciano ad emergere quando il ragionamento si spinge oltre, ai limiti dell’ovvio. Raccoglievo ieri l’altro la testimonianza di chi vive diversi mesi dell’anno nell’isola di Bali per poi tornare periodicamente nella nostra piccola Italia. In quel fantastico pezzo di mondo, povero ma come sappiamo non tra i più poveri, chi è fortunato è raggiunto da un servizio Internet a 256K, più che sufficienti per fruire dignitosamente della maggior parte dei servizi (scendendo di qualità e con buona pazienza video compresi). Il particolare è che per avere il servizio è necessario spendere un equivalente di circa 80 euro ogni mese che in quella terra corrispondono a circa 3/4 mesi di stipendio medio di una persona. In altre parole se a Bali lavorando 10 ore al giorno rinunciaste al 100% del vostro stipendio per un anno riuscireste a pagarvi 3 mesi di Internet a 256K. Nello stesso posto, nello stesso momento tutti hanno un televisore acceso, spesso 18 ore al giorno su telenovela di bassa lega. Ricevere via etere non costa nulla e per sintonizzarsi basta acquistare un televisore da due soldi in un negozio qualsiasi, accenderlo ed il gioco è fatto. Niente Internet, PC, conoscenze tecniche. Niente problemi di formati, di protocolli, nessuna incompatibilità. Chi trasmette sa che chiunque è abilitato alla ricezione e chi acquista un TV Color sa che premendo un paio di bottoni si sentirà parte del mondo moderno.

Esistono tanti posti più poveri dell’Indonesia (ed in Indonesia più poveri di Bali) ma esistono tanti altri contesti significativamente più ricchi, ad esempio l’Italia. Il nostro paese con un tasso di penetrazione della banda larga ridicolo e con una alfabetizzazione informatica troppo bassa coltiva una situazione emblematica anche se scarsamente percepita. Esiste un sostanzioso gruppo di giovani (e medio-giovani) talenti che hanno conoscenze, intuizioni e propensione all’impresa da far invidia alla Silicon Valley con un tasso di “proattività” tra i primi posti al mondo. Questo gruppo di menti illuminate generalmente ha una cultura medio-superiore e vive in zone urbane medio-grandi raggiunte dalla banda larga.

Il resto della popolazione è al buio. Che sia assenza di conoscenza o di banda l’unica luce che illumina gran parte dell’Italia è quella bluastra dei televisori, accesi spesso su programmi insulsi o finti notiziari. Che piaccia o no questa è la realtà. Spesso gli illuminati tendono a dimenticarlo, presi nell’abitudine dei pensieri di tutti i giorni.

Ma, quand’anche “il popolo” fosse raggiunto dai magnificenti servizi di rete, troverebbe una totale assenza di chiarezza nelle modalità di fruizione della NetTV. Nell’eccesso di rilassatezza che ha inevitabilmente accompagnato il consolidamento della fase 2.0 del web si è persa la determinazione nel voler creare un set di specifiche unico per la NetTV on-demand, live, EPG e per l’interattività. Un meta protocollo RSS di nuova concezione, standard condiviso, pronto per poter essere adottato da tutti i TV Color Next Generation (sia da salotto che da tasca).

Allo stesso modo nella confusione dettata dall’alternanza tra euforia e terrore dei mercati si è pericolosamente affievolita la convinzione politica (dal basso) nel voler puntare verso un mondo dove l’accesso IP diventi un bene primario per l’informazione e la cultura delle masse: diffusione della banda larga a basso costo + net neutrality.

In queste condizioni l’accesso alla NetTV diventa un affare per pochi eletti/fortunati, con una conseguente inconsistenza nei modelli di business sottostanti. Questo sempre che si voglia considerare la NetTV una nuova forma di televisione e non “semplicemente” la pratica di appiccicare video dentro siti web.

Perché avvenga una reale evoluzione verso la NetTV è necessario che si consolidino delle condizioni di base essenziali per le quali nessuno sta lavorando. Ecco allora che un progetto come Current che tenta di sperimentare un mix Quasi-perfetto tra Net+TV è forse l’unica strada possibile per far evolvere il ragionamento (dove il “Quasi” è a sottolineare che la perfezione anche se molto-molto lontana è sempre un traguardo a cui tendere).

Current è sin dalle sue origini qualcosa di nuovo ad ogni livello: produzione, partecipazione, distribuzione. Dove, per l’appunto, la distribuzione è solo l’ultimo fondamentale tassello di un processo complesso che quasi-nulla ha a che fare con la TV classica. Oltre al Web distribuire in TV è oggi (e per molto tempo ancora) la scelta di maggiore apertura che si possa fare.

Di modelli distributivi per la TV come sappiamo ce ne sono tanti. C’è la TV per tutti sostenuta dalla pubblicità, dove si finisce inevitabilmente per infarcire il palinsesto di troppi spot e – peggio – a programmare con un occhio quasi solo rivolto all’audience. C’è quindi la TV a “canone” che dovrebbe essere garanzia di indipendenza nel rispetto di una missione più alta. Cosi non è quasi mai come sappiamo ma al di la di questo non è un modello al quale altri se non le aziende di stato si possono appoggiare. C’è infine la Pay TV dove chi vuol vedere paga per il semplice principio che chi gestisce la piattaforma paga a sua volta i fornitori di contenuti. Questa distribuzione ad oggi è l’unica che da una forte garanzia di stabilità per un prodotto televisivo che vuole “semplicemente” essere il migliore sulla piazza di questo genere, senza condizionamenti di nessun tipo ne politici ne commerciali.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Dico la mia spesso e volentieri

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: