Il PD contro la Massoneria

La mattina dopo Walter Veltroni è ancora nero. E si sfoga al telefono con un compagno di partito: «E’ la seconda offensiva contro il Pd in pochi mesi: prima hanno appoggiato la manifestazione di piazza Navona che era chiaramente contro di noi, ora questa storia di Tavaroli…». La voce del leader tradisce disappunto, nervosismo e stanchezza. Nel quartier generale del Partito democratico ci si interroga ancora sugli articoli de la Repubblica. E tra un dubbio e l’altro, si insinua il sospetto che dietro ci sia di più, che la partita non la stia giocando solo quel giornale ma i cosiddetti «poteri forti» (il responsabile organizzativo del Pd Beppe Fioroni usa un altro termine che evoca scenari poco rassicuranti: «La massoneria»). Quale che sia la definizione usata si fa strada l’ipotesi di «una campagna orchestrata» con lo scopo di screditare tutta la dirigenza del partito, e, in definitiva, il Pd stesso.

Piero Fassino, che ancora l’altro giorno invitava i compagni di partito a non trarre conclusioni fantapolitiche e a «non fare dietrologie», con i collaboratori, ora, ragiona così: «È in atto un tentativo di delegittimare la classe dirigente del centrosinistra». Sembra proprio esserne convinto, il ministro degli Esteri del governo ombra: «Prima l’hanno fatto con me, quando ero segretario dei Ds, hanno orchestrato una campagna pensando che fosse meglio Walter. E adesso che Veltroni è diventato leader del Pd delegittimano anche lui, bocciandone dopo pochi mesi pure la linea politica…». Ma a che scopo tutto ciò? Quale sarebbe l’obiettivo finale di questa manovra di cui il Pd ora sospetta? Qualcuno, nel partito, cita l’editoriale di Andrea Romano sulla Stampa di qualche giorno fa, quello in cui si parla della necessità di «un nuovo Prodi», di un personaggio che vesta i panni del «federatore» per mettere in piedi e insieme un centrosinistra in grado di competere con il centrodestra nella prossima legislatura.

Un federatore, naturalmente, che faccia le veci di Walter Veltroni. E Giorgio Tonini, che del segretario è amico, ammette che possa «esserci il tentativo di delegittimare l’intera leadership del Partito democratico che si proponeva l’obiettivo di ripristinare il primato della politica. Si fa così perché si punta all’arrivo dell'”uomo della Provvidenza” che dovrebbe ristrutturare il centrosinistra». Ermete Realacci, un altro dei dirigenti del Pd di rito veltroniano, è convinto che «i giornali abbiano interesse ad avere una politica debole perché così possono giocare un ruolo di supplenza». Fioroni pensa che però questa manovra sia destinata al fallimento: «Siamo un partito del 33 per cento. Potremo anche prendere un po’ di meno, ma avremo sempre un bacino del 30 per cento, per cui di certi piani faremo carta straccia. Tra l’altro non vorrei che oltre all’idea di mettere sotto tutela il Pd ci sia anche dell’altro… magari questi signori pensano che coinvolgendo anche il nostro partito nelle vicende giudiziarie la loro situazione con la giustizia migliori…». Il responsabile organizzativo del Pd non aggiunge altro, ma dal modo in cui parla, si capisce che a Largo del Nazareno si teme che la partita non sia ancora chiusa, che possano esserci offensive di altro genere contro il partito.

Gianni Cuperlo, dalemiano di rito eterodosso, cerca di sdrammatizzare: «Ma perché ci vorrebbero indebolire? Più in ginocchio di così ». Scherza il deputato del Pd, ma poi comincia a riflettere ad alta voce: «Un nuovo Prodi? E chi potrebbe essere? L’ex presidente della Confindustria Luca Cordero di Montezemolo?». E riprende lo scherzo: «Ma no… ha un nome troppo lungo. Come si fa a metterlo tutto intero in un manifesto in cui si annuncia un suo comizio? Non c’entra mica…». Di nuovo stop allo scherzo, e Cuperlo continua così: «Comunque è difficile che Montezemolo sia assimilabile al centrosinistra. Io non potrei votarlo… Pier Ferdinando Casini? Ecco invece lui lo potrei votare». Già, Casini. Da qualche tempo nel Transatlantico di Montecitorio corre voce che Massimo D’Alema starebbe pensando al leader dell’Udc come candidato alla presidenza del Consiglio nella prossima legislatura, con la prospettiva di un centrosinistra ristrutturato in altro modo rispetto a quello attuale. Vera o falsa che sia questa voce che rimbalza tra le mura della Camera, comunque è indicativa di quel che si agita dentro il Partito democratico. Perché tentare la carta Casini è un modo per giocare d’anticipo, per tirare fuori un leader che sia sì nuovo, ma che sia comunque un politico. E non «l’uomo della Provvidenza » che tanto preoccupa Tonini, né quello della «massoneria» che tanto fa arrabbiare Fioroni.

Maria Teresa Meli
24 luglio 2008(ultima modifica: 25 luglio 2008)

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