Preti pedofili, il muro di gomma della Curia

Anche se il tribunale non ritiene di dover sottolineare particolarmente questo passaggio della vicenda, non si esime dallo scrivere che “il silenzio dei vertici ecclesiastici e la loro ritrosia a mettere sul tappeto le notizie sulle accuse che già da tempo circolavano sul conto” del parroco, “e di cui i rappresentanti dei genitori e l’educatrice intendevano discutere, equivale a implicita ammissione di conoscenza di quei fatti da parte delle gerarchie e consente di leggere tutta la vicenda come un tentativo di evitare uno scandalo che si considerava inevitabile perché fondato su fatti inoppugnabili”.
I giudici Caruso, Oliva e Bighetti erano chiamati a decidere altro, ma le motivazioni della sentenza che lo scorso 9 aprile condannò a 6 anni e 10 mesi un sacerdote per atti sessuali nei confronti di minorenni contengono anche un accenno a quello che in un nota il tribunale definisce “muro di gomma delle autorità ecclesiastiche”.

I fatti sono noti. La sentenza di primo grado ha riconosciuto colpevole il prete di 68 anni che nel 2003 e 2004, quando gestiva un asilo in provincia di Ferrara (del quale – così come per il nome del “don”- omettiamo ogni indicazione per rispetto della privacy delle piccole vittime), venne visto in diverse occasioni compiere atti di libidine nei confronti di dieci bambine tra i 3 e i 6 anni. La scuola materna era annessa alla parrocchia diretta del sacerdote, rientrante nella giurisdizione della curia di Bologna.
Ed è proprio alla curia felsinea che si rivolge l’educatrice che farà esplodere il caso. Dopo numerosi fax e telefonate (il tentativo di incontro con la Curia bolognese viene definito dall’educatrice “assolutamente improduttivo e connotato da una sostanziale ostilità e da un clima sostanzialmente omertoso”) finalmente riesce ad incontrare mons. Ernesto Vecchi. È l’8 gennaio 2005 a da poco è stata formalizzata la denuncia ai carabinieri. L’educatrice si reca in via Altabella insieme a un rappresentante dei genitori. Sarà lui – la donna non disse nulla per timore di pregiudicare le indagini, come risponderà in aula a una domanda del pm Filippo Di Benedetto – a riferire delle molestie al vescovo vicario.
Quando mons. Vecchi seppe che era già partita una denuncia “si arrabbiò moltissimo – ricorda la donna in tribunale -, ha cominciato a urlare contro di me, dicendo che io ero pagata da loro, che non potevano immaginare una cosa di questo tipo…”. Il colloquio, secondo l’educatrice, si concluse con la frase di Vecchi: “Questo incontro non è mai avvenuto” (circostanza negata dall’alto prelato durante il suo esame ma confermata dal genitore).
Un tentativo, quello di comunicare con i vertici ecclesiastici, che fu “fallimentare” secondo le toghe estensi. Un “muro di gomma”, per usare le parole della sentenza, che influì anche sulla tempestività delle denunce. Il rappresentante dei genitori che si recò in via Altabella sottolinea nella sua deposizione “la violenza intimidatrice dell’incontro” e “chiarisce come fosse del tutto comprensibile il timore di una delle insegnanti quando spiega che la sua resistenza a denunciare il prete in relazione a fatti che potevano apparire sfuggenti, dipendesse essenzialmente dal timore delle conseguenze personali gravi che sarebbero potute derivare dalla reazione della Chiesa”.
Lo stesso Vecchi venne ascoltato in aula il 28 febbraio 2008. E neppure lui “ebbe a dubitare – secondo il giudice – che i fatti attribuiti al sacerdote integrassero una gravissima violazione delle regole di continenza nei rapporti con i bambini e di astensione da qualunque atto di valenza sessuale”. Anche al genitore, nell’incontro dell’8 gennaio definì il parroco un uomo “molto malato”.
Una storia che per concludersi con le parole verità e giustizia ha avuto bisogno della “forza d’animo” che ha consentito – si legge nella sentenza – di portare alla luce i gravi episodi di cui in questo processo ci si è dovuti occupare”.

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