Sacerdote sazia con delle bambine dell’asilo il suo appetito sessuale

Atti di libidine mascherati come segni d’affetto

L’asilo degli orrori

In quell’asilo aveva anche la sue “preferite”. Una bambina lo chiamava addirittura “papà”. Non è il caso di soffermarsi sui particolari morbosi che hanno portato alla condanna a 6 anni e 10 mesi di reclusione del sacerdote responsabile della struttura parrocchiale che ospitava la materna in provincia di Ferrara dove sono avvenuti gli abusi. Si può dire che nel leggere le 117 pagine della sentenza emessa lo scorso 9 aprile dal tribunale di Ferrara sale un nodo alla gola. Solo questo. Il resto non può essere affidato alle cronache.
Dalle pagine scritte dai giudici Caruso, Oliva e Bighetti emerge una personalità con forti problemi, che “approfittava delle bambine, con gesti fuggevoli e mimetizzati da atti di affetto, per soddisfare i propri desideri sessuali”.
Le condotte del parroco furono notate e osservate da più testimoni, furono oggetto di discussione tra le dipendenti della scuola (due delle quali anche palpeggiate dal prete, altro fatto per il quale è stato condannato) “che le avevano percepite – spiegano le toghe – e furono denunciate quando per la loro reiterazione, per l’emergere di incontestabili anomalie di carattere sessuale nella condotta del prelato, risultò ineludibile la necessità di una denuncia”.
Una denuncia che deve il suo corso alla psicologa assunta nel settembre 2004 come direttrice didattica. Dopo poco tempo dal suo arrivo aveva potuto osservare con crescente preoccupazione atti e atteggiamenti del religioso nei confronti delle bambine che, a suo avviso, “erano indiscutibilmente rilevatori di impulsi sessuali – si legge nella sentenza – e avevano lo scopo di produrre una sia pur parziale, limitata e contingente soddisfazione sessuale, abusando delle bambine. A suo avviso la familiarità del prete con le bambine non aveva alcunché di innocente e di giustificato”.
Di tale consapevolezza la donna mise a parte le colleghe dello staff della materna, ottenendo da loro conferma attraverso il racconto di numerosi altri episodi di identica natura avvenuti in passato. Fu lei quindi a spronare le altre dipendenti (che nel frattempo erano state licenziate dal “don” e poi riassunte su pressioni dei superiori) a formalizzare insieme la denuncia ai carabinieri che avverrà il 19 novembre 2004.
Eppure fino all’arrivo dell’educatrice, le altre impiegate “nel dubbio e nell’incertezza derivanti dalla natura ambigua di gesti, atti e condotte, dalla incredulità derivante dai condizionamenti culturali “che obbligava a rimuovere dalla coscienza l’idea e la convinzione che il prete potesse abusare delle bambine, si erano limitate a considerare la condotta del sacerdote scorretta e negativa e forse anche nociva”.
E che invece era da leggere secondo il tribunale in un’unica chiave: “il sacerdote, per effetto di degenerate inclinazioni sessuali, trasformava le normali manifestazioni di affetto nei confronti delle bambine in occasioni per fugaci soddisfazioni dell’appetito sessuale”.

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