Ancora privilegi per la casta

Le cifre Gli incarichi extra-giudiziari: dalle liti delle imprese ai compensi per l’insegnamento

E il giudice incassò 800 euro l’ora
Il grande affare degli arbitrati

Super incarico anche al vice segretario generale di Palazzo Chigi

 

Per i giudici amministrativi decisi ad arrotondare gli stipendi con lavori extra, a dispetto di tante polemiche e promesse di moralizzazione, si aprono infatti orizzonti luminosi. Cosa siano questi incarichi extra-giudiziari, da anni aboliti per i magistrati ordinari salvo rare eccezioni, lo lasciamo dire a una voce al di sopra di ogni sospetto e non ostile al governo Berlusconi: Franco Frattini. Il quale un tempo bollava la vergogna degli arbitrati con cui si arricchivano troppi magistrati come «indecorosa» e tuonava contro i suoi stessi colleghi consiglieri di Stato che accumulavano guadagni extra e voleva «l’incompatibilità totale fra lavoro istituzionale dei giudici e altri incarichi».  

Lui stesso, che poi sarebbe caduto in tentazione accettando un lussuoso incarico abbandonato solo dopo una denuncia del Corriere, condivideva insomma un punto centrale: per fare bene il suo lavoro un magistrato deve fare solo quello. E comunque è inaccettabile che quella corsia preferenziale parallela ai processi amministrativi che sono gli arbitrati (aboliti dal governo Ciampi, ripristinati da Berlusconi, ri-aboliti da Dini e via così…) veda la presenza di giudici che magari decidono su cose che toccano lo stesso Ministero, la stessa Regione, la stessa Provincia sulle quali possono essere chiamati a decidere nelle vesti di membri dei Tar o del Consiglio di Stato. Troppi conflitti d’interesse, troppi soldi, troppi scandali. Liquidati un giorno da Aldo Quartulli, allora collezionista di arbitrati e alla guida del Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa (il Csm dei magistrati amministrativi) con una battuta: «Le sentenze sono la moglie, gli incarichi l’amante». Un’amante generosa se Pasquale De Lise, che dovrebbe diventare il prossimo presidente del Consiglio di Stato, arrivò ad arrotondare nel ’92 lo stipendio di 245 milioni di lire con 848 milioni extra, spiritosamente definiti «il guadagno legittimo di qualche soldo». Bene.

Alla faccia di quanto sosteneva il suo stesso ministro degli esteri, il governo Berlusconi ha finora compiuto tre mosse. La prima è stata l’abolizione del tetto di 289 mila euro fissato dal governo Prodi, sull’onda dell’indignazione popolare, per gli stipendi d’oro dei manager e degli alti burocrati di Stato. La seconda è stata la delega dei pieni poteri al presidente del Consiglio di Stato che d’ora in avanti potrà decidere a suo piacimento come montare o smontare, con questi o quei giudici, questa o quella sezione consultiva (cioè demandata a fornire pareri) o giurisdizionale (demandata a emettere sentenze), infischiandosene dell’opinione del Consiglio di presidenza e più ancora dell’obbligo costituzionale del «giudice naturale». La terza, pubblicata in questi giorni sulla Gazzetta Ufficiale, assegna ancora al presidente del Consiglio di Stato il potere di dare l’ok ai magistrati amministrativi che chiedono di essere messi fuori ruolo per assumere altri incarichi, anche qui senza più alcun potere di interferenza dell’organo di autogoverno.

Cosa significhi per un giudice dei Tar o del Consiglio di Stato esser messo fuori ruolo per fare il capo di gabinetto d’un ministro o il consulente legislativo d’un governatore regionale è presto detto. Significa andare a guadagnare un secondo stipendio spesso sfolgorante e insieme conservare non solo il posto ma anche lo stipendio e il diritto agli scatti di anzianità da magistrato amministrativo come se andasse tutte le mattine in ufficio. Due esempi? La promozione a Presidente di sezione del consiglio di Stato di Alessandro Pajno ai tempi in cui era sottosegretario del governo Prodi e quella del garante dell’Antitrust Antonio Catricalà, promosso per anzianità nonostante di fatto non vesta più la toga da quando diventò capo di gabinetto di Urbani tre lustri fa. Un altro esempio? La promozione a Presidente aggiunto del Consiglio di Stato (ruolo niente affatto onorario ma operativo) di Corrado Calabrò, il garante delle tele-comunicazioni che con decine di incarichi è stato per un trentennio la spalla di ministri di ogni colore, da Riccardo Misasi a Mimmo Pagliarini. Senza mai perdere un solo scatto di carriera. Va da sé che avere o no il via libera ad assumere questi incarichi extra-giudiziari, come spiegava nel 2005 Luigi Mazzella, ministro della Funzione pubblica del terzo governo Berlusconi («Ci sono dirigenti dello Stato che prendono mezzo milione di euro l’anno») può cambiare la vita. E per anni, prima di queste ultime norme che danno una sorta di potere assoluto al Presidente del Consiglio di Stato (qualcuno le ha ribattezzate ridendo «norme fasso-tutto-mi») si erano registrati scontri furibondi dentro l’organo di autogoverno, tra i magistrati convinti che fosse necessario fare pulizia abolendo i «lavoretti» extra e la possibilità di cumulare gli stipendi e quelli che invece non erano affatto disposti a rinunciare agli antichi privilegi. Sia chiaro: il tema è trasversale alla cattiva coscienza sia della destra sia della sinistra.

Tanto è vero che l’ultimo governo Prodi arrivò a sottrarre al Consiglio di Stato, nonostante questo avesse 20.465 cause da smaltire, la bellezza di 39 consiglieri su 122. Più quelli rastrellati da Comuni, Authority, Regioni. Con scelte stupefacenti come quella di Agazio Loiero di nominare capo di gabinetto e segretario generale Nicola Durante, che fino a poco prima lavorava al Tar di Catanzaro e si occupava proprio di quella Regione in cui lavorava come dirigente sua moglie Roberta. Certo è che a scorrere gli incarichi concessi nei primi sei mesi del 2008, dall’arbitrato su mezzo miliardo di euro assegnato a Luigi Carbone vice-segretario generale a palazzo Chigi e figlio del presidente della Cassazione alle lezioni universitarie da 800 euro nette l’ora a Francesco Caringella fino a certi ruoli di governo di indifferenza per i conflitti di interessi, c’è da sorridere amaro. Ma come: non si trattava di cose «indecorose»?

Gian Antonio Stella
07 agosto 2008

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