Quanto ci costa la Chiesa?

Un’ altra nota casta del nostro Paese è sicuramente rappresentata dalla Chiesa cattolica.
Ho cercato di riordinare e semplificare la lista delle spese statali riguardanti la Chiesa, le quali ammontano a circa 9 miliardi di euro all’anno.

-8 per mille: un miliardo di euro
Dal contributo più noto, l’8 per mille sul gettito totale dell’Irpef, il Vaticano intasca circa un miliardo di euro. La CEI (Conferenza Episcopale Italiana) ha dichiarato, però, che solo il 34% di questa somma viene utilizzata per opere caritatevoli.
L’8 per mille fu introdotto con la revisione del Concordato del 1983 da parte di Craxi ed ha uno strano funzionamento: se i contribuenti lasciano in bianco la sezione relativa all’8 per mille, la sua destinazione va in proporzione alle scelte espresse. E poiché circa l’85% dei pochi contribuenti che riempiono questa casella sceglie di destinare l’8 per mille in favore della Chiesa cattolica questa ottiene dunque circa l’85% dell’intero gettito.

-650 milioni per gli stipendi dei 22 mila insegnanti di religione.

-Circa 260 milioni per i finanziamenti delle scuole e dell’università cattoliche.

-25 milioni per la fornitura dei servizi idrici alla Città del Vaticano.
Dal 1929 al 2004 è l’Italia a pagare i 5 milioni di metri cubi d’acqua consumati in media ogni anno dallo Stato pontificio. Con la Finanziaria del 2004 il Governo stanzia 25 milioni subito e quattro dal 2005 per dotare il Vaticano di un sistema di acque proprio.

-18 milioni per i buoni scuola degli studenti delle scuole cattoliche.

-9 milioni per il fondo di sicurezza sociale dei dipendenti vaticani e dei loro familiari.

-8 milioni per gli stipendi dei cappellani militari.

-7 milioni per il fondo di previdenza del clero.

-2 milioni per la costruzione di edifici di culto e 9 milioni per la ristrutturazione di edifici religiosi.

A queste spese bisogna aggiungere il lungo elenco di vantaggi fiscali concessi al Vaticano, valutati in circa 6 miliardi di euro.
Gli immobili della Chiesa sono esenti dall’ Ici, dall’Iva, dall’Irpeg, dalle imposte sui fabbricati e sui terreni. Se pensiamo che circa il 22% degli immobili in Italia è proprietà della chiesa, possiamo intuire la gravità della situazione.
Case, conventi, ospizi, ma anche alberghi di lusso e negozi. Già, perché la Chiesa ha agito in due modi: ha aumentare il profitto riconvertendo il patrimonio immobiliare (conventi, ospizi) in strutture alberghiere; ha messo a reddito l’immenso patrimonio immobiliare che è destinato ad abitazioni. Questo avvenne soprattutto negli anni ’80 nei centri storici, abitati da famiglie umili. Verso la fine degli anni ’80, però, queste zone si sono rivalutate e la Chiesa ha sfrattato queste famiglie vendendo negli ultimi due anni beni immobiliari per quasi 50 milioni di euro (ricordando che il Vaticano paga la metà delle tasse su quello che guadagnano per gli affitti).

Per quanto riguarda l’Ici, questa non viene pagata perché gli enti ecclesiastici si autocertificano come “non commerciali”, e non viene pagata neanche sulle proprietà fuori dal Vaticano.

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