Di Pietro litiga con la Bindi, la base Pd applaude

di Laura Cesaretti

Il leader Idv incalza il partito da Alitalia alla giustizia e la folla grida: “Mai dialogo con Berlusconi”. L’ex pm: “Siamo costretti a stare insieme, o perderemo anche Firenze e Bologna”

Eccolo qui, Antonio Di Pietro: bestia nera dei dirigenti del Pd, di cui ha tutte le intenzioni di cannibalizzare l’elettorato, e idolo del popolo piddìno. Popolo che qualche tendenza masochistica ce l’ha, si sa, e che è stato allevato a pane e manette troppo a lungo per non sciogliersi in ovazioni quando vede spuntare tra i vialetti della Festa democratica il giustiziere di Montenero di Bisaccia.
Arriva e subito fa la lezione agli ospiti: «Invito il Pd a fare come noi di Italia dei valori, che non immaginiamo neanche di sederci a tavola con questo governo, sarebbe come un agnello che si siede a tavola col lupo». Niente dialogo e niente confronto, avverte, tanto meno sulla riforma della giustizia. Perché quella che vuole Berlusconi «è la realizzazione del progetto di Licio Gelli», che va sempre bene. Insomma, è appena sbarcato alla Fortezza da Basso di Firenze, e già l’ex pm insinua il pesante dubbio che il Pd sia in preda alla sindrome di Stoccolma, pronto a trattare e cedere alle lusinghe del premier. Se non bastasse fa anche dell’ironia sullo stato del principale partito di opposizione: un esponente locale del Pd gli contesta la «parola mancata», visto che si è alleato, si è preso i voti e poi non è entrato nel gruppo comune al Parlamento, come aveva promesso e sottoscritto. «Ma io un gruppo unico lo farei ben volentieri – replica lui senza fare una piega – solo che vorrei capire con chi: i giornali mostrano tutti i giorni, anche oggi, che di Pd non ce n’è uno ma tanti, e ognuno è occupato a tirare la giacchetta all’altro. Avrei bisogno di sapere con chi devo parlare, prima di decidere di dialogare: ci vuole chiarezza sulla leadership».
Con grande lungimiranza, gli organizzatori della Festa hanno scelto – per fronteggiare il ciclone Di Pietro e i suoi potenziali danni in casa Pd – Rosi Bindi. L’ex ministro è l’unica per verve polemica, popolarità e affinità populistiche a poter tener testa all’ex pm. E la Bindi segna subito la differenza tra il suo partito e quello di Di Pietro: «Lui vuole rassicurare una minoranza aggressiva. Noi vogliamo conquistare la maggioranza degli italiani. Sono due obiettivi molto diversi». Troppo per stare insieme, sembrerebbe. Eppure, ricorda Di Pietro, a stare insieme «siamo costretti». E in vista delle tornate elettorali dell’anno prossimo avverte Veltroni & Co.: «Vi siete posti il problema di come arrivare al 51 per cento? Pensateci, perché qui si rischia di perdere persino Firenze e Bologna». Brividi in platea, Bindi replica senza falsi ottimismi. «Il problema è serio. E il realismo ci impone di lavorare alla ricostituzione del centrosinistra, perché come è stato chiarito “vocazione maggioritaria” non vuol certo dire solitudine: quella non ce la possiamo permettere». Una nuova alleanza di centrosinistra, dunque, ma con chi? E il quadro che traccia la Bindi è fosco: «Con Rifondazione, soprattutto dopo il congresso, i rapporti sono molto difficili. Con Di Pietro, come si è visto, lo sono altrettanto. Quindi siamo in una situazione complicata». Quanto alle speranze di alleanza con l’Udc, è drastica. «Chi ne parla forse sa qualcosa che io ignoro. Perché a me pare che l’Udc sia molto più impegnato ad alzare il prezzo per collaborare con Berlusconi che a dialogare con noi… ».
Sul referendum anti-lodo Alfano Di Pietro si lamenta perché il Pd diserta la trincea contro Berlusconi e le sue leggi ad personam. Ma il Pd prende le distanze: «Di Pietro sa bene – dice Bindi – che il problema dei referendum è il quorum: li abbiamo persi tutti, così. E rischiamo di metterci sulla strada di un’altra sconfitta che servirebbe solo a dimostrare che Berlusconi ha conquistato le menti e i cuori di questo Paese». A Di Pietro non pare vero e intona il suo Bella ciao. «Se ai tempi del duce chi faceva la Resistenza si fosse preoccupato del quorum, non ci sarebbe stato neanche un partigiano», tuona. E poi bastona l’opposizione debole del Pd, e i pericolosi cedimenti al nemico: «Se Alemanno chiama c’è chi risponde (Amato, ndr), e non mi pare una cosa buona. Su Alitalia vedo esponenti di primo piano anche di governi del centrosinistra che finiscono a fare i capicordata con Berlusconi». L’ex pm confonde Fantozzi con Colaninno, ma poco male: la platea applaude lo stesso, «mai dialogo con Berlusconi» gridano dal fondo. Bindi deve parare il colpo: «Berlusconi è talmente imbarazzante che a volte non consente di fare cose che senza di lui faremmo», come una riforma della giustizia. Se non ci fosse il Cavaliere, il Pd sarebbe riformatore e garantista, di sicuro. Ma siccome Silvio c’è, tocca restare attaccati al gongolante Di Pietro.

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