I furbetti dell’aeroplanino

Dagli aeroplani all’immobiliare, le contropartite per l’operazione Alitalia

di ALBERTO STATERA

Dagli aeroplani all'immobiliare Le contropartite per l'operazione

“ALZI la mano chi non sarebbe pronto a investire nell’Alitalia!” esclamò come sempre guascone Silvio Berlusconi il 7 giugno scorso dinanzi ai giovani industriali riuniti a Santa Margherita Ligure.

La sala plaudente di fans si fece repentinamente sorda e grigia, molti distolsero imbarazzati lo sguardo dall’amor loro interdetto sul palco e nessuno ebbe il coraggio di alzare né una mano né un dito. Neanche la neopresidente di Confindustria Emma Marcegaglia, la cui azienda di famiglia spicca oggi tra i magnifici sedici ardimentosi che si sono iscritti al club dei salvatori della patria, accettando di partecipare al “Pittoresco Capitalistico” che va sotto il nome di “Operazione Fenice”, quella che dovrebbe far risorgere dalle ceneri l’ectoplasma della Compagnia di bandiera.

Pochi giorni dopo Santa Margherita moriva a Roma quasi novantenne, e non dal ridere, Umberto Nordio, l’ultimo presidente dell’Alitalia che firmò bilanci in attivo, ma che giusto vent’anni fa fu cacciato da Romano Prodi, allora presidente dell’Iri, perché era un po’ troppo autonomo. Cos’è successo da quei primi giorni di giugno capace di coagulare la coraggiosa cordata che sfiderà guidata da Roberto Colaninno la legge di gravità oltre a quella del mercato? E’ successo che uno stuolo di emissari politici sguinzagliati da Berlusconi, dal banchiere Gaetano Miccicché al factotum Bruno Ermolli, ha spiegato al colto e all’inclita, seppur ve ne fosse bisogno, che questa non è una faccenda qualunque, ma “è una delle partite che contano nel capitalismo italiano”, come dice sempre Cesare Geronzi, impegnato a sua volta nella partita delle partite, quella che – Mario Draghi permettendo – lo dovrebbe portare al controllo assoluto di Mediobanca e della Galassia del grande potere finanziario da Trieste a Roma, da Milano a Torino, orfano ormai da anni di Enrico Cuccia. Chi resta fuori dalla partita Fenice non avrà da guadagnarci su altri ben cospicui fronti finanziari.

Così è nata la cordata dei patrioti coraggiosi, i 16 “coscritti” – ma quanti altri si accoderanno sull’onda della tremontiana economia sociale di mercato ? – disposti a fare gli azionisti “captive” del governo sotto le vesti di “cavalieri bianchi”. In cambio di che? Con quale contropartita politica derivante dal rapporto privilegiato con Palazzo Chigi, che su rifiuti napoletani e Alitalia si è giocato la periclitante credibilità degli annunci? Eugenio Scalfari, Francesco Giavazzi, Tito Boeri, Franco Debenedetti e altri hanno già ritratto a grandi linee l’album di famiglia dell'”Operazione Fenice”, che, nella migliore tradizione, è nutrita di politica, l’unica che sembra poter dare “dividendi”, con la pubblicizzazione delle perdite e la privatizzazione dei profitti, a questo capitalismo che aborrisce di fatto, se non a parole, il libero mercato. Come vuole la religione monopolista e antimercatista del “Lider Maximo”, nato a suo tempo sulla benevolenza di Bettino Craxi e di qualche loggia bancaria e oggi spalleggiato dall’ideologo Giulio Tremonti.

L’ha detta bene Michael O’Leary, patron di Ryanair: “Uno sport folle”: l’interferenza della politica in Italia è uno sport folle. Cui i capitalisti nutriti di animal spirits, di shumpeteriana gagliardia, si acconciano con entusiasmo. Ne abbiamo almeno sedici nel “Pittoresco Capitalistico” che va in scena in queste ore, ma potrebbero ancora crescere, attratti dalle contropartite governative. Quali contropartite? Non scherziamo.

Altro che il Ponte sullo Stretto, di cui Benito Mussolini annunciò l’imminente inizio dei lavori settant’anni fa, ma che forse non si farà mai, o che comunque noi purtroppo non vedremo. C’è pronta la manna del 2015: l’Expò di Milano, la ex capitale morale che torna grande, maestosa, quasi da bere, come ai bei tempi. Scorri i nomi dei sedici ardimentosi e non ne trovi uno che non sia in attesa di assai lucrosi favori governativi.

Lasciamo stare per un istante Salvatore Ligresti, palazzinaro e assicuratore, già protagonista della Milano da bere e di quella in manette, i Benetton, Tronchetti Provera, Marcellino Gavio, i pubblici concessionari autostradali, i proprietari di aeroporti e stazioni, e gli altri i cui interessi, curati con affetto in cambio dell’intervento patriottico, sono evidenti: 16 miliardi pubblici d’investimenti e di relativi appalti per l’Expò destinati ai padiglioni, ma soprattutto a due autostrade, due metrò, una nuova tangenziale, stazioni, ferrovie e quant’altro.

Lasciamo stare Francesco Caltagirone Bellavista che con l’Ata ha mire consistenti su Linate e su altri cospicui business milanesi, dopo aver ristrutturato a Venezia il Molino Stucky. Tralasciamo anche Emilio Riva, l’acciaiere tradizionale supporter berlusconiano di ferro, e Marco Fossati che deve difendere il suo investimento in Telecom dalle mire spagnole. E, per carità, la Emma che, poveretta, è sulla graticola di Confindustria e ha Berlusconi che le fiata sul collo. Carlo Toto poi deve in qualche modo far volare quell’Airone zoppo e scalcagnato che ha sul gobbo. Claudio Sposito e Salvatore Mancuso, bontà loro, rispondono all’appello del premier con un “chip” milionario che, statene certi, produrrà interessanti favori governativi ai loro fondi.

Concentriamoci piuttosto su Davide Maccagnani, imprenditore ignoto ai più, che proprio incuriosisce. Ex titolare, presidente e amministratore delegato della Simmel Difesa, unico produttore in Italia di munizioni e di spolette di medio e grosso calibro per cannoni navali, oltre che di esplosivi, teste missilistiche, razzi e sistemi d’arma a razzo, questo Davide ha appena venduto l’azienda, con stabilimenti a Colleferro e ad Anagni, vicino Roma, agli inglesi della Chemring.

Di Davide, che si divideva tra Torino e gli stabilimenti laziali dove ci fu un’esplosione che provocò un morto e molti feriti, il “santino” del premio di un “Gran Galà Stampa” del 2003 ci racconta che “è uno dei più stimati e apprezzati capitani d’industria a livello intercontinentale, un industriale che si è fatto veramente da solo con notevoli sacrifici, con lo studio, con l’applicazione, con il coraggio e la grandissima perseveranza”.

Che c’entra Maccagnani con l’Alitalia ? Non disperate, ha messo via i soldi degli inglesi che hanno comprato i suoi missili di Colleferro e ha messo in piedi una piccola immobiliare, la Macca srl. Volete vedere che la Macca, a dispetto della sigla casereccia, spunterà in qualche bell’affare edilizio milanese, visto che tra Scilla e Cariddi non si muoverà neanche un ciotolo? Del resto un produttore di teste missilistiche che subentrò anni fa alla Fiat e alla Snia BPD nel business delle armi deve avere ganci governativi e con i Servizi di primaria qualità. Ci riserviamo magari di chiederlo, se ci darà udienza, a Gianni Letta, il cui nipote Enrico in questa vicenda è stato il più realista: con l'”Operazione Fenice”, stanno facendo un’altra Efim, l’ente voluto da Aldo Moro e Pietro Sette, la cui liquidazione costò ai cittadini italiani settemila o più miliardi del tempo.

Poi ci sono i fratelli Fratini, Corrado e Marcello, che facevano jeans in Toscana, area privilegiata di Denis Verdini, neocoordinatore nazionale di Forza Italia, l’uomo che fa venire il morbillo a Fabrizio Cicchitto, l’antico trotskista della sinistra lombardiana che, iscritto alla Loggia P2 come l’attuale capo Berlusconi, criticava Berlinguer da sinistra e che purtroppo tutte le sere ci tocca subire nei telegiornali nazionali. Ma ancora per poco, finché il suo capo toscano, con ottimi agganci di tutti i tipi a cominciare da quelli veri massonici, non metterà all’incasso il ruolo appena assunto al posto dell’ecumenico Sandro Bondi e quello svolto con Ermolli e altri nella leva dei coscritti Alitalia. Questi Fratini, insomma, un po’ stufi degli stracci griffati, hanno messo su indovinate che? Un’immobiliare, la Fingen Real Estate. Chissà che la nuova nata non conquisti qualche appezzamento al sole ai confini della Brianza, sulle soleggiate terre dell’Expò 2015.
“Magliana ai magliari”, ci dice sghignazzando un ex amministratore delegato che naturalmente non vuole essere citato, in onore al “Pittoresco Capitalistico” d’Italia. Non resta allora che un flebile e assai poco speranzoso interrogativo: sarà Colaninno a salvarci dal capitalismo intossicato dalla politica?

(30 agosto 2008)

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