Il governo illiberale che dava soldi gratis al fratello venditore di decoder televisivi ora taglia i fondi per la vera libertà: internet

LA BANDA LARGA italiana del futuro è un vicolo oscuro, tutto in salita. L’ultima notizia è una lucina che si accende in lontananza. Una speranza gravata da dubbi e incognite: il sottosegretario allo sviluppo economico Paolo Romani ha annunciato che adesso, per rinnovare e potenziare la rete italiana, i soldi pubblici disponibili sono saliti a un miliardo di euro. Contro gli 800 milioni finora previsti, stanziati con l’ultima Finanziaria.

Per saperne di più, su come saranno utilizzati questi soldi, bisognerà aspettare l’esito degli incontri organizzati, tra vari soggetti del settore, da Francesco Caio (già consulente del Regno Unito per questi temi). Il governo l’ha messo a capo di una task force per risolvere appunto l’impasse in cui è precipitata l’Italia: serve una nuova rete per avviare un nuovo ciclo economico, ma mancano i soldi e persino un accordo tra i soggetti interessati.

Qualche dubbio è però possibile avanzarlo sin d’ora.  
Per cominciare, è ben difficile che quel miliardo possa contribuire davvero alla rete di nuova generazione com’è stata intesa finora, cioè fibra ottica nelle case o nelle vicinanze, per dare connessioni di “decine di megabit al secondo” (fino a 50-100). Si tratta infatti di fondi Fas, che sta per “Fondi aree sottoutilizzate”: come ha ricordato in più occasioni Maurizio Dècina, ordinario del politecnico di Milano e grande esperto di questi temi, sono soldi che serviranno non al futuro della banda larga ma a colmare i ritardi in cui versano alcune aree. Cioè a risolvere il digital divide.

Un miliardo è appunto quanto Telecom Italia stima necessario per dare la fibra ottica nelle 2.400 centrali che ancora ne sono sprovviste. E che per questo motivo o non hanno l’Adsl o la possono offrire solo a bassa velocità (640 Kbps). Telecom però ha ribadito che non intende investire in fibra ottica nelle centrali rimanenti, perché non è conveniente; poiché sono le sue centrali, non possono farlo gli altri operatori e quindi può farlo solo lo Stato. Del resto, le attuali regole comunitarie permettono interventi pubblici solo in aree di “total market failure”, che al momento può essere interpretato solo con l’assenza di fibra nel sottosuolo. Se non cambiano le regole comunitarie, lo Stato non può investire nell’Ngn, la banda di nuova generazione (come invece hanno fatto i governi dell’Estremo Oriente, dove per questo motivo le nuove reti sono già a buon punto e portano fino a 1 Gbps nelle case).


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Ma anche se quei fondi sono destinati al digital divide, resta uno scoglio da superare: fare in modo che questo miliardo non appaia, agli occhi di Bruxelles, come “aiuti di Stato” a un operatore. Il problema è che se viene portata fibra nelle centrali Telecom, quest’ultima se ne avvantaggia, perché può vendere accesso banda larga, grazie all’investimento pubblico, agli utenti o ad altri operatori. Il governa dovrà trovare una formula per evitare l’altolà di Bruxelles, quindi.

E comunque resta irrisolto il problema di trovare fondi per l’Ngn. Il piano previsto da Telecom Italia (13 milioni di linee nel 2016) è considerato insufficiente per assicurare un futuro allo sviluppo economico italiano, di qui è nata appunta la task force, che vuole dare banda oltre i 20 Mbps a tutti gli italiani entro il 2013.

Ma con quali fondi? L’unica via è ora quella di coinvolgere più soggetti, non solo Telecom ma tutti gli operatori; non solo gli operatori, ma anche le pubbliche amministrazioni e aziende dotate di infrastrutture (come Ferrovie dello Stato, Poste Italiane), per contribuire allo stesso scopo. Il progetto potrebbe essere finanziato anche dalla Cassa depositi e prestiti, il cui contribuito, essendo appunto un prestito, non dovrebbe essere configurabile come aiuto di Stato.

Bene, ma quanti soldi servono? Almeno 10 miliardi di euro, ma le stime qui cambiano: se ci si accontenta di 50 Mbps sono 13 miliardi; se si vuole dare la fibra a buona parte degli italiani, si sale a 25 miliardi (secondo Between-Osservatorio Banda larga).
Prima però bisognerà superare un altro scoglio (l’ennesimo): mettere d’accordo i vari soggetti su un progetto comune. È anche questo uno scopo degli incontri di Caio, ma è impresa molto difficile.

Gli operatori hanno già fatto sapere di avere una visione molto diversa su come investire in Ngn. Paolo Bertoluzzo, ad di Vodafone, ha detto che i fondi pubblici andrebbero investiti non in fibra ma in antenne, per dare la banda larga in mobilità a tutti gli italiani. Peccato però che la rete mobile finisce sì in antenne, ma ha bisogno comunque di fibra ottica a monte per poter collegare ad alta velocità molti utenti alla dorsale internet nazionale. Altrimenti, in assenza di fibra, c’è un collo di bottiglia e l’alta velocità mobile resta solo teorica.

Ma anche sulla fibra ci sono divergenze, tra gli operatori: deve arrivare davvero fino alle case? Si può fermare prima, per ridurre i costi (ma anche la velocità)? In che modo permettere ai vari operatori concorrenti di utilizzare la nuova rete? Telecom vorrebbe regole nuove, sulla Ngn, mentre i concorrenti vorrebbero conservare i vecchi principi. Quelli che obbligano Telecom a condividere le proprie infrastrutture.

Infine, non basta mica fare una rete veloce per dare un futuro digitale all’Italia. Se la domanda è immatura, la rete resta sotto utilizzata, perché la gente non saprà che cosa fare di tanta velocità. È il problema descritto da un rapporto di Between, secondo cui la cultura informatica in Italia è molto limitata, così come il numero di utenti di pc.
Il governo ha presente anche questo problema, infatti Romani ha annunciato che il piano prevede anche l’aumento della cultura informatica della popolazione, in cinque anni. Cominciando dalla Pubblica Amministrazione, che sarà spinta a adottare in misura maggiore le nuove tecnologie. Progetto che in realtà i governi rilanciano a ogni legislatura, perché è dura vincere le resistenze culturali. Insomma, questa è una strada irta di difficoltà, ma che l’Italia non può permettersi di non tentare di percorrere.


(29 ottobre 2008)

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