Costituzione ad personam

C’è chi si è già portato avanti con il programma. Il ministro delle Politiche agricole, il super-leghista Luca Zaia, per esempio: di recente ha fatto togliere dal suo ufficio del ministero di via XX settembre la foto di Giorgio Napolitano, il capo dello Stato che rappresenta l’unità nazionale. Due istituzioni che nel 2009 potrebbero essere messe a rischio dalla girandola di riforme, costituzionali e non, che il centrodestra si prepara a mettere in campo nei prossimi mesi. Si comincia il 20 gennaio, quando il federalismo fiscale fortemente voluto dalla Lega arriverà alla prova dell’aula del Senato. Negli stessi giorni la Camera sarà impegnata in un altro disegno di legge che sta molto a cuore a Silvio Berlusconi, quello che vieta le intercettazioni. Per poi passare alle partite successive: la giustizia, con la riscrittura di alcuni articoli della Costituzione. E il piatto forte del menù berlusconiano: il presidenzialismo.

“L’obiettivo del nostro governo si può riassumere in tre parole: liberismo, federalismo, presidenzialismo“. Lo dichiarò il Cavaliere nell’aula di Montecitorio, era il 2 agosto 1994, e non si può negare che almeno in questo sia stato coerente. L’elezione diretta del presidente della Repubblica è nei suoi piani da quando è entrato in politica, esattamente 15 anni fa, dal discorso della discesa in campo in tv, con la calza a coprire la telecamera e alle spalle una libreria, già allora presidenziale. E ha ripetuto il suo credo nella conferenza stampa di fine anno: “È una riforma essenziale”. Per poi frenare sui tempi di realizzazione: “Non abbiamo ancora esaminato il tema, non lo faremo nemmeno nel 2009. Ma nella seconda parte della legislatura bisogna arrivarci”.

Ma c’è chi pensa che in realtà il presidenzialismo potrebbe essere messo in cantiere già nella seconda metà di quest’anno. Uno dei più fieri oppositori di Berlusconi, il deputato centrista Bruno Tabacci, ne è convinto: “Conosco bene Silvio. Se la crisi economica dovesse aggravarsi nei prossimi mesi, la tentazione di trovare una via d’uscita istituzionale per lui diventerebbe irresistibile”. E poi ci sono i tempi di approvazione: doppia votazione di Camera e Senato, a sei mesi di distanza. Se si cominciasse a discuterne nella seconda metà del 2009 la riforma arriverebbe ad approvazione alla fine del 2010, salvo intoppi: nella parte finale della legislatura, come annunciato dal Cavaliere, giusto in tempo per chiamare gli elettori a votare sul presidenzialismo all’italiana con il referendum confermativo previsto dall’articolo 138 della Costituzione. Un passaggio che il premier già mette nel conto, anzi, auspica. Qualcosa di simile solo al referendum del ’46 in cui gli italiani decisero tra Monarchia e Repubblica: ma in questo caso la scelta sarebbe pro o contro il Cavaliere che sogna di passare alla storia come il fondatore della Terza Repubblica italiana. Eletto al Quirinale a furor di popolo.

A interrompere la sua marcia trionfale, però, ci sono numerosi ostacoli. Non solo gli istituti di garanzia previsti dalla Costituzione in vigore, a partire dall’attuale presidente della Repubblica. Non solo i partiti dell’opposizione, da Casini a Di Pietro passando dal Pd, che minacciano di fare le barricate e potrebbero ritrovarsi uniti dalla battaglia comune. A guastare i sonni del Cavaliere ci sono soprattutto i contrasti all’interno del centrodestra dove i presidenzialisti sono per ora in minoranza.

Nel governo siamo al bricolage costituzionale, al fai-da-te delle riforme. Ognuno ha la sua: la Lega è contraria all’elezione diretta del capo dello Stato e molto più interessata a portare a casa il federalismo fiscale. Per raggiungere l’obiettivo si sta ritagliando un inedito ruolo di mediazione con il Pd. Bossi, che nel governo Berlusconi è ministro delle Riforme, ha stoppato Berlusconi due volte in pochi giorni: la prima per bloccare la riforma della giustizia, che il premier voleva già prima di Natale per incassare il clima di discredito verso la magistratura provocato dalla guerra tra le procure di Salerno e di Catanzaro, la seconda per fermare sul nascere la tentazione presidenzialista del premier. “Berlusconi il Quirinale deve meritarselo sul campo. Si misurerà sulle riforme”, avverte un altro ministro leghista, Roberto Calderoli. E già, perché dopo l’approvazione del federalismo da parte delle Camere arriverà il momento dei decreti di attuazione che spettano al governo: è lì che potrebbe scattare lo scambio. L’accelerazione dei decreti patteggiato con il via libera della Lega al presidenzialismo: la trattativa è aperta.

Gianfranco Fini

L’altro alleato di Berlusconi, Gianfranco Fini, ha accolto le esternazioni del premier con un gelido silenzio (a differenza del presidente del Senato Renato Schifani, come sempre fedele a palazzo Chigi). Per anni il presidenzialismo è stato il suo modello. Ma ora, da presidente della Camera, l’ex leader di An non perde occasione per professare la sua fede nel Parlamento e nel dialogo tra gli schieramenti: vedi la sua ultima uscita contro il “cesarismo” che ha fatto imbestialire Berlusconi.

A spaccare il centrodestra non c’è solo l’elezione diretta del capo dello Stato. Le intercettazioni sono un’ossessione per il Cavaliere che ne parla in tutte le occasioni: visite all’estero, conferenze stampa, cene private. Il disegno di legge uscito dal Consiglio dei ministri non va bene, troppo debole, ripete Berlusconi, “bisogna restringere le intercettazioni anche sulle indagini sui reati contro la pubblica amministrazione”, ovvero escludere dal divieto solo i reati di mafia e terrorismo. L’opposto di quello che predica la presidente della commissione Giustizia Giulia Bongiorno, ex avvocato di Giulio Andreotti e deputato di An, che è anche legale di Gianfranco Fini, considerata tra i più vicini al presidente della Camera: “Le intercettazioni vanno regolate, limitate, ma non si può impedire ai magistrati di utilizzarle”. Anche per reati come la corruzione, quelli che i falchi berlusconiani vorrebbero proibire.

Infine, nel calendario del 2009, ci sono i referendum elettorali di Mario Segni e Giovanni Guzzetta (un anno fa furono tra i motivi dell’uscita di Mastella dal governo Prodi, oggi non se li ricorda più nessuno) e la mini-riforma della legge elettorale per il Parlamento europeo. Per ora è finita nel cassetto l’idea iniziale di Berlusconi: soglia di sbarramento al 5 per cento e abolizione delle preferenze. La prima modifica serviva a eliminare l’Udc di Casini, la seconda a far rispettare a tavolino gli equilibri interni al Pdl: il 70 per cento degli eletti a Forza Italia, il 30 ad An. Con le preferenze il partito di Fini, molto più organizzato sul territorio, potrebbe strappare numerosi eletti in più e far entrare i forzisti in fibrillazione. Per questo, alla fine, non se ne farà niente. E poi, ragionano gli strateghi del premier, se alle elezioni europee dovesse tornare la frammentazione politica, con la rinascita di partiti e partitini, non sarebbe un male. Sarebbe un ottimo spot per la riforma presidenziale. Quella che dovrà trasformare la Repubblica italiana in una monarchia berlusconiana.

Un pensiero su “Costituzione ad personam”

  1. Il vero guaio é che secondo me ce la fará.La storia insegna che nei momenti di crisi economica viene la tentazione irresistibile di affidarsi all´uomo forte…Pasquale,ribadisco il consiglio:tirate fuori le valigie dall´armadio!

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