Viaggio al centro della crisi americana

ddBazaar all’aperto, quartieri desolati e case in svendita nell’epicentro del terremoto immobiliare Usa
Alpharetta. Neppure gli sceneggiatori di Star Trek, dopo quattro gin&tonic, avrebbero potuto inventarsi un nome così. Contea di Fulton, venticinque miglia (40 km) sopra il centro di Atlanta. Il sobborgo del sobborgo, la periferia esponenziale, un ectoplasma urbano con diversi nomi – sprawl, exurbia, suburban supernova – e molte conseguenze. Qui in tanti hanno cercato di comprar casa coi mutui subprime (a rischio), qui sono avvenuti i foreclosures (pignoramenti), qui le banche cercano di vendere all’asta le case di cui sono rientrate in possesso. La periferia dell’America è il centro della crisi: come nei tornado, un luogo tranquillo. Sembra assurdo, ma quanto è accaduto ad Alpharetta ha avuto ripercussioni in tutto il mondo. Posto vuoto, liquido, la fotocopia di se stesso. Solo 630 abitanti/km quadrato. La più bassa densità urbana sul pianeta, all’estremo opposto sta Hong Kong: nello stesso spazio vivono 48.571 persone.

Lo sprawl è intorno a Denver e a Las Vegas, in Virginia e in Arizona, tra Fort Worth e Dallas, in North Carolina e in California. David Brooks, nel suo libro On Paradise Drive (2004), descrive bene il fenomeno, ma lo approva, e non ne intuisce la prossima crisi. Scrive: «È come se Zeus, da un giorno all’altro, avesse cominciato a far cadere grandi città nel mezzo della campagna e del deserto. Boom! Una nuova comunità. Boom! Una grande shopping-mall. Boom! Un centro ricreativo, una piscina e mille campi da calcio!». Fermo la Chevrolet ad Alpharetta e penso: un dio dell’Olimpo avrebbe fatto di meglio. Le case sono luminose, ma anonime e vuote. Gated communities, le chiamano: le cancellate (gates) si vedono, le comunità no. In Abberly Lane, la «casa del mese» (n. 278) è aperta: entriamo, non c’è nessuno. Davide Marengo, con la sua macchina fotografica, sembra un extraterrestre in cerca di documentazione. Agenti immobiliari sorridenti, da opuscoli asciugati al sole, promettono «Upscale Brick Garden Homes», case in mattoni con giardino, a 324 mila dollari («Ridotto! Non c’è concorrenza!!!»). «Ma non si vendono», racconta l’architetto Giancarlo Pirrone, negli Usa dal 1978. Nella zona di Atlanta, spiega, ci sono decine di migliaia di case sul mercato, e solo un immobiliarista su dieci è ancora in attività. «Mancano servizi e luoghi pubblici: il pendolarismo è una necessità, l’automobile una condanna. Quando la benzina è raddoppiata, sfiorando i 4 dollari al gallone, è stato un trauma».

Anelli, strade fantasma, edifici bruciati. Le città americane sono ingorde di spazio. Non devono intrufolarsi per valli e colline, come le nostre: si allargano, invece, come l’onda di un sasso nell’acqua. Al centro il downtown, il luogo del lavoro e del divertimento. Intorno i vecchi quartieri residenziali come Ansley Park qui ad Atlanta, Beacon Hill a Boston, Georgetown a Washington DC. Il terzo anello è occupato dai quartieri di servizio, rifugio della nuova immigrazione. Il quarto anello sono i sobborghi tradizionali, teatro di rappresentazioni televisive (da Happy Days a Desperate Housewives) e fantasie cinematografiche (American Beauty). Poi c’è il quinto anello, e non ha confini esterni. È lo sprawl che insegue la campagna. Negli anni Novanta 73 milioni di americani – un quarto della popolazione – ha cambiato Stato, ed è stato spesso calamitato in questo spazio nuovo. Molti hanno comprato casa, grazie alle agevolazioni fiscali di Bill Clinton. Finché il mercato immobiliare ha tenuto, l’illusione ha retto. Poi, un paio d’anni fa, l’inversione di tendenza. In poco tempo, il mutuo valeva più della casa che doveva servire ad acquistare.

I pignoramenti non hanno interessato soltanto il quinto anello, si sono estesi ad altre zone urbane.Alla 93a Pizza Italians, sotto un diluvio primaverile, incontro Jeff Landers, che accompagna Antonella. Di mestiere acquista case dalle banche («Mai con le famiglie dentro, però»). Mi detta alcuni zip codes (codici postali) di Atlanta interessati dai foreclosures: 30310, 30314, 30315, 30318. Spiega: «In Florida il crollo è dovuto al mercato, qui in Georgia alle frodi. Durante il boom immobiliare la gente, pur di ottenere un mutuo, dichiarava redditi che non aveva». La mattina dopo andiamo a vedere. Nel West End, sotto la Interstate 20, molte case sono abbandonate; il postino racconta che il lavoro s’è fatto leggero. Strade fantasma, edifici bruciati: chi le ha occupate, l’inverno scorso, ha usato il legno delle pareti interne per scaldarsi. Intorno verde esplosivo, cielo azzurro, pelle nera, porte color pastello. Un uomo sta lavando la Camaro, e prepara la canna da pesca. Gli domando dove vanno, quelli che perdono la casa. Risponde: «Parenti, amici, in affitto, in tenda, sotto i ponti: dove capita». Negli anni Novanta la parte urbana di Atlanta è cresciuta del 6%, l’area metropolitana del 39%; e la massima espansione è avvenuta lungo il «quinto anello». To sprawl vuol dire «stravaccarsi». Il sostantivo, riferito alle periferie, apparve nel 1955 sul Times di Londra; quindici anni prima, l’esibizione Futurama, alla New York World’s Fair, aveva creato in America il mito del sobborgo. Un fenomeno che ha i suoi detrattori – i Talking Heads ne ebbero una geniale avversione artistica (Nothing But Flowers, 1988) – e i suoi sostenitori. Tra questi il già citato David Brooks del New York Times, Joel Kotkin della New America Foundation, Robert Bruegmann della University of Illinois, Chicago, autore di Sprawl: A Compact History (2005). Per questi autori la polverizzazione urbana è una lodevole conseguenza del sogno americano, fatto di spazio, libero mercato, autonomia. Qualcuno ha voluto semplificare: lo sprawl è nazionalista e repubblicano; le aree urbane sono democratiche, complicate, quasi europee. Guardando la mappa delle elezioni di novembre, potrebbe starci. Obama, in fondo, è un ragazzo di città.

L’edilizia si mangia il territorio. Che non sia così semplice lo capiamo scendendo lungo la I- 85 e attraversando il confine dell’Alabama. Ci fermiamo a Eufaula, cresciuta sull’industria del cotone, dopo aver sloggiato gli indiani Creek, spediti a Eufaula, Oklahoma, città omonima creata per ospitarli (1837). Il prodotto veniva portato in Florida lungo fiumi impronunciabili (Chattahoochee, Apalachicola), e con altre navi arrivava a New York e a Liverpool. Oggi Eufaula è una cittadina del sud, quasi oleografica nella sua autosufficienza: ci sono i motel, le case colorate, i diners dove servono grouper (cernia) e shrimps (gamberetti) in ogni combinazione. Mutui, pignoramenti, sfratti? Non sono prodotti locali, rivolgersi altrove. L’ombra dell’errore immobiliare ricompare più a sud, a Dothan, dove il mercato delle pulci sembra risentire di molti traslochi forzati, e poi nella Florida occidentale che corre parallela al Golfo del Messico. La chiamano panhandle (manico della padella). Terra di basi aeree (Pensacola, Eglin, Tyndall) e spring breaks, i rituali eccessi primaverili degli studenti americani. A Destin – nome profetico – si avverte un altro mutamento: gli errori diventano turistici. Condomini improbabili (condos) cuociono nel sole, aspettando ospiti tutti uguali. La sensazione, per noi italiani, è familiare: un’edilizia famelica si mangia il territorio, un boccone alla volta.

Seaside, il successo del New Urbanism. Qualcuno ha provato a reagire, ma non s’è spinto oltre il gioco intellettuale. Seaside è stata fondata nel 1979 da un ricco imprenditore, Robert Davis, deciso a ricreare l’atmosfera estiva dell’infanzia sui terreni ereditati dal nonno. È considerato uno dei primi e più riusciti progetti del New Urbanism, secondo cui le città devono combinare zone residenziali e attività economiche, grazia estetica e aree pedonali. A Seaside hanno girato The Truman Show (1998), e la sensazione di piacevole irrealtà è rimasta. Ci vogliono 4 mila dollari la settimana per affittare una casetta dentro l’acquerello; per acquistarla, da 1,5 a 5 milioni. All’ufficio-vendite, bianco e ospedaliero, domando se hanno avuto pignoramenti. «Uno», dice il ragazzo dietro il banco. «Troubles in paradise», guai in paradiso, sto per rispondere. Poi mi fermo: sembra il titolo di un altro film.

Qualcosa sta cambiando. Seguiamo la 98 verso est, lungo il mare. Dopo Panama City comincia la Forgotten Coast, la costa dimenticata. Nome impeccabile: i turisti sono pochi, i prezzi contenuti, l’aria sa di passato prossimo. «Arrivano per caduta dagli Stati sovrastanti: quando in Alabama, Georgia e Tennessee vogliono andare al mare, scendono qui», mi spiega senza entusiasmo il gestore del ristorante-bar Tucano a Mexico Beach, dove mettono le birre sul biliardo e friggono tutto quello che si muove. Trecento miglia più a sud, lo sprawl riprende. A Tampa – terra di container, baseball e fulmini – molti edifici, come il futuristico Skypoint, cercano inquilini: erano in vendita, ma nessuno comprava. Patrizia La Trecchia, assistant professor alla University of South Florida (USF), ci mostra orgogliosa il suo acquisto all’asta: un bagno grandioso circondato da un grazioso appartamento. Mike Chen, uno dei responsabili dello sviluppo urbano, mi ricorda che il valore delle case in città tiene meglio di quelle in periferia. Due architette, Taryn Sabia e Vivian Salaga, ce l’hanno coi developers, i costruttori che hanno urbanizzato zone immense, senza preoccuparsi della qualità di vita: «Per risparmiare hanno comprato progetti sui cataloghi, e le autorità locali li hanno lasciati fare». Risultato: la gente, a poco a poco, rivaluta il centro. Saint Petersburg, quarta città dello Stato, ha 360 giorni di sole l’anno, un downtown vivace, quartieri fioriti, luce sull’acqua: la Florida nei sogni degli italiani, che poi vanno a mettersi in coda a Miami. Molti americani del nord acquistano casa a St Pete, ma ci vengono poco. «Per sapere se sono in città», racconta un uomo d’affari locale, Patrick Dines, «la sera contiamo le luci nei palazzi».

Insieme andiamo a trovare Rick Baker, sindaco atletico e filosofico, una certa somiglianza con Leon, uno dei replicanti di Blade Runner. Da bravo repubblicano, Baker è convinto che, in America, i soldi risolvano le crisi che hanno creato. «Sono un tipo alla Milton Friedman, e penso che il mercato stia lavorando. Ci lamentavamo della mancanza di abitazioni a buon mercato? Be’, problema risolto». Questo, forse. Per altri, occorre tempo. Le banche della Tampa Bay prestano soldi malvolentieri. A Sarasota, poco distante da qui, ci sono case senza famiglie e famiglie senza casa. A Fort Myers, più a sud, un’agenzia immobiliare organizza visite guidate delle foreclosures. Un autobus verde porta in giro chi, tra le macerie del mercato, sogna di scovare un buon affare («Forza gente! È ora di comprare! Ormai i prezzi hanno toccato il fondo»). Baker, sindaco-replicante, fa bene però a essere ottimista. Il sogno americano, come un autotreno dopo un tamponamento, è acciaccato: ma non è fermo. L’impressione è che stia cambiando direzione. Il «quinto anello» – l’abbiamo visto – è in crisi: di soldi e d’identità. Le città, oggi, sembrano più attraenti. Leggo sul mensile The Atlantic: «Venticinque anni fa il film Fuga da New York catturava lo spirito del tempo. Tra due o tre decenni, forse, il futuro Kurt Russell sarà protagonista di Fuga dal sobborgo». Originale, ma eccessivo. Gli americani, a un driveway per parcheggiare e a un prato dove spiare i vicini non rinunceranno facilmente. Ma iniziano a pensare cose nuove. Per esempio: si può andare a piedi da un luogo all’altro, senza essere poveri, pazzi o malintenzionati.

Beppe Severgnini

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