Il presidente Zelig

SILVIO Berlusconi non delude mai i suoi interlocutori. Tanto meno l’amico Nicolas Sarkozy. Contrasti sulla guerra di Libia? Rimpallo dei migranti alla frontiera di Ventimiglia? Insofferenza per l’istinto predatorio dei gruppi francesi in settori più o meno strategici della nostra economia? Avevamo scherzato. Ieri, al termine di un vertice “molto molto positivo” (Berlusconi) fra “paesi fratelli” (Sarkozy), ogni ostacolo pareva superato. E quasi sembrava prefigurarsi un’intesa privilegiata fra Roma e Parigi. Tanto che verso sera il ruvido ma non sprovveduto Bossi ha sintetizzato la giornata con queste parole che devono essere sembrate ben poco affettuose alle orecchie del suo alleato Silvio: “Ormai siamo diventati una colonia francese”.

Ecco allora l’allineamento italiano sulla posizione francese in Libia, poche settimane dopo che il capo del nostro governo si era confessato “dispiaciuto” per il disturbo recato all’amico Gheddafi dall’intervento armato sponsorizzato dalla Francia. Quanto alla gestione dei flussi umani dal Nordafrica, bisogna mettere mano a Schengen per ripristinare i controlli alle frontiere “in circostanze eccezionali”. Tale sarebbe l’esodo di venticinquemila anime in tre mesi attraverso il Canale di Sicilia. E mentre Tremonti stava allestendo le barricate contro gli assalti transalpini ad alcune pregiate aziende nostrane, ecco l’annuncio dell’Opa di Lactalis per l’intero capitale di Parmalat. Coincidenza fortuita, certamente. Di cui altrettanto sicuramente Sarkozy era all’oscuro. E che naturalmente

aprirà la strada ad altre formidabili integrazioni industriali franco-italiane. Peccato che d’abitudine i nostri vi fungano da ascari. L’appoggio di Parigi alla candidatura di Mario Draghi per la guida della Banca centrale europea è importante, ma in buona misura scontato. Nel rispetto dei rapporti di forza, lo scambio fra Italia e Francia risulta alquanto ineguale.

Ma rispecchia lo stile dei due presidenti. Entrambi credono nella diplomazia personale, non amano perdersi nei dettagli, parlano all’elettore, non al cittadino. La differenza è che Sarkozy ha dietro uno Stato capace – non sempre: Libia docet – di assorbire le sue alzate di testa. Berlusconi no. Il nostro presidente-Zelig non è sovrastimato dai suoi colleghi, alcuni dei quali, come la signora Merkel, pagherebbero di tasca loro pur di non essere da lui intrattenuti. Ma alla fine nessuno saprebbe farne a meno: dove lo trovi oggi un leader che ti dice sempre sì? E che è persino capace di vantare un bluff, come quando ieri si è prodotto in un peana per il nucleare – e per i relativi contratti Enel-Edf – spiegando di aver voluto evitare il referendum perché si vota solo quando si è certi di vincere.

Sarà senza dubbio la sua indole generosa. Il guaio – per noi – è che acconsentendo a ogni altrui richiesta, che venga da Obama o da Putin, da Erdogan o da Netanyahu e fino a ieri anche da Gheddafi (ma prima o poi il Colonnello capirà che deve richiamare l’amico di Palazzo Chigi), Berlusconi finisce per sostenere tutto e il contrario di tutto. È vero, spesso il proclama si esaurisce nell’etere. Ma gli interlocutori del nostro premier sono professionisti: non mollano la presa finché non ottengono soddisfazione.

La tendenza di Berlusconi ad assecondare le pretese altrui è tanto più pericolosa quanto serio è il tema. Nella guerra di Libia – fortemente voluta da Sarkozy per sue ragioni elettorali, nella convinzione che il Colonnello sarebbe caduto in un paio di giorni – Berlusconi si è esibito al suo massimo. Dapprima, soffrendo per Gheddafi e per la triste fine del Trattato d’amicizia italo-libica fresco d’inchiostro, ha subappaltato la gestione della crisi ai ministri Frattini e La Russa. I quali hanno finalmente potuto dare sfogo al protagonismo represso all’ombra del leader, dichiarando di tutto e di più. Facendoci passare, almeno a parole, da vedove di Gheddafi a entusiasti supporter del gruppo di Bengasi. Di cui continuiamo a sapere pochissimo, se non che vi si combattono guerriglie intestine con maggiore intensità di quanta ne impieghino le sue sgangherate milizie per aprirsi la via di Tripoli.
Poi Berlusconi ha ripreso in mano le redini con l’annuncio di Pasquetta, quando ha detto sì a Obama, annunciando che colpiremo la Libia con attacchi “mirati”. Quasi che gli altri sgancino bombe a vanvera. Se la congiuntura non fosse terribilmente seria, e noi non fossimo in ogni caso le prime vittime (dopo i libici) di questa guerra, verrebbe da sorridere, tanto palese è il teatro e quasi nulla la sostanza. Certo non si divertirà Tremonti quando gli verranno presentati i conti di una campagna aerea velleitaria quanto onerosa.

Nel frattempo si è assai alterata la Lega, che minaccia fuoco e fiamme contro i “bombardamenti”, malgrado il capo del governo abbia spiegato che tali non sono le cadute di nostro esplosivo dal cielo perché noi non facciamo male alla gente. Si può scommettere che anche questa volta Bossi rientrerà nei ranghi in attesa della prossima occasione per smarcarsi da un premier non troppo popolare. Ma questa è la politica oggi, nell’èra di Berlusconi, Sarkozy e non solo.

via: Il presidente Zelig – Repubblica.it.

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