“Avanti c’è posto”: è nato il “governo dei disponibili”

È nato il “governo dei disponibili”. Pronti a tutto, pur di lucrare una poltrona ministeriale. L’infornata dei nove sottosegretari promossi dal gruppo di Iniziativa Responsabile dà la misura dell’abiezione etica della maggioranza, costretta a pagare la cambiale in bianco firmata a un drappello di scissionisti-opportunisti fuoriusciti da Futuro e Libertà. Ma dà anche la misura della disperazione politica del presidente del Consiglio, costretto a imbarcare chiunque, a prescindere dal curriculum personale e persino della fedina penale, pur di sopravvivere al suo declino. “Su queste nomine ci saranno delle ironie”, dice Silvio Berlusconi con il consueto sprezzo del ridicolo. Si sbaglia.

L’ironia si può usare di fronte a un episodio che stona, infastidisce, ma in fondo fa sorridere. Qui non c’è niente da sorridere. Anche se lo spettacolo indecente a cui stiamo assistendo è sospeso a metà tra “Aggiungi un posto a tavola” e “Ok il prezzo è giusto”.

La cooptazione dei “disponibili” è un altro passo verso una “democrazia dei miserabili” dove tutto si può negoziare, tutto si può vendere e tutto si può comprare. Ben oltre l’articolo 67 della Costituzione e l’assenza di vincolo di mandato. E non serve a niente, agli impalpabili Catoni del premier, dire che “così facevan tutti”, compresi i governi dell’Ulivo e gli “straccioni di Valmy” di Cossiga.

In questa operazione di bassa macelleria governativa, che umilia il Paese e le sue istituzioni, si fa invece l’esatto contrario. Fino a raggiungere abissi che indignano (come la promozione dell’ex finiano Giampiero Catone, parlamentare discutibile e discusso, già plurinquisito e persino arrestato nel 2001 per associazione a delinquere finalizzata alla truffa e alla bancarotta fraudolenta). Oppure indispongono (come la promozione di Massimo Calearo che, dopo aver accettato nel 2008 di fare la “figurina” nel mazzo dei candidati di Veltroni, si ritroverà ora ricompensato, per i servigi resi nel cambio di campo, con il tragicomico incarico di “consulente per l’export del presidente del Consiglio”).(l’impresentabile Misserville, nel dicembre del ’99, fu comunque costretto a dimettersi subito dall’incarico e ad uscire dal governo D’Alema). E poi perché una destra seria, se esistesse anche in Italia, non si difenderebbe dall’accusa di aver fatto campagna-acquisti in Parlamento con i soliti giudizi di equivalenza e con la solita prassi del “todos caballeros”, ma semmai combatterebbe il Far West e lotterebbe per il ripristino di una dignità della politica.

Il dramma è che siamo solo agli inizi.

Con questo funesto “allargamento della squadra di governo”, come si usa nobilitare l’inverecondo mercanteggiamento sugli strapuntini di sotto-governo, Berlusconi ha pagato solo la “prima rata” del suo debito verso i “transumanti” di Montecitorio che lo hanno salvato dopo il divorzio con Fini. Altri “responsabili”  –  dopo aver fieramente annunciato un impensabile e non credibile “passo indietro”  –  bussano alla porta di Palazzo Chigi.
Da Pionati a Baccini, ci sono altre rate da pagare. Persino più salate, perché i posti da sottosegretario sono finiti, adesso si tratta di inventare vice-ministri, e per farlo occorre addirittura una legge che modifichi la Bassanini e che il premier ha già messo impudentemente in agenda.
Ma c’è un dramma nel dramma.

Questa miracolosa moltiplicazione dei posti non è solo vergognosa. È soprattutto dannosa. Primo, perché nasce a dispetto delle promesse pre e post-elettorali sul taglio dei costi della politica, la guerra demagogica alle auto blu, la battaglia strumentale contro i privilegi della “casta”. Qui la “casta” non arretra, ma avanza e si riproduce per partenogenesi. Secondo, perché avviene al servizio del nulla. Questo governo non vive di politica, campa di soli numeri. Promette “riforme epocali” ma non vuole farle, se non quelle utili a “scudare” i processi del Cavaliere. Annuncia “scosse alla crescita” ma non può farle, se non quelle ad alta intensità propagandistica e a zero impatto economico come il Decreto Sviluppo appena varato dal Consiglio dei ministri.

Berlusconi, insieme ai deputati, compra “tempo” per durare e resistere. Ma è ormai chiaro a tutti che il voto amministrativo del 15 e 16 maggio è diventato un “test nazionale” decisivo. Milano, per il premier, è davvero una linea del Piave. Se cade, Bossi può uscire finalmente dal “cespuglio”. E la Lega può trovare il coraggio di consumare lo strappo che ha preferito evitare sulla Libia. L’hanno capito l’establishment, le elite, le parti sociali, che cominciano ad uscire allo scoperto. Non è un caso che tra oggi e domani la Cgil lancerà la sua protesta con lo sciopero generale e la Confindustria griderà il suo scontento alle assise di Bergamo.
Di qui al 2014 l’Italia si è impegnata con la Ue a varare una manovra da 39 miliardi di euro. Nessun governo può reggere un’impresa del genere, nascondendo i contrasti e galleggiando sui rimpasti. Meno che mai il glorioso governo Berlusconi-Scilipoti-Catone-Calearo.

via: Avanti c’è posto – Repubblica.it.

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