DALLA FESTA DELLA RINASCITA DEL SOLE AL NATALE CRISTIANO

Il Cristianesimo è riuscito a trasferire a sé tali pratiche religiose, modificando la “nascita del sole” con la “nascita di Cristo”, e la “luce solare” con la “luce divina del Figlio di Dio”. Il sincretismo si compì lentamente, finché la notte tra il 24 e il 25 dicembre, cioè la “nox postsolstiziale” che coincideva con l’occasione in cui ormai da secoli si festeggiava una luminosa genesi astrale, divenne anche la notte della nascita di Cristo. Insomma tra il IV° e il V° secolo la Chiesa romana, preoccupata dalla straordinaria diffusione dei culti solari e soprattutto dal mithraismo, che con la sua morale e spiritualità, non dissimile dal cristianesimo, poteva frenare se non arrestare la diffusione del vangelo, pensò di celebrare nello stesso giorno del Natale del Sole (Sole Invictus) il Natale del Cristo, come vero Sole.

In realtà la data dell’eventuale nascita di Cristo è sconosciuta. Non se ne conosce esattamente l’anno, anche se sulla base di avvenimenti storicamente accertati (censimento indetto dall’imperatore Augusto nel 4 a.c., data della morte di Re Erode che si attesta nel 4 a.c.) si ipotizza che possa essere avvenuta in un lasso di tempo che va dal 4 a.c. al 7 a.c., tanto meno se ne conosce il mese.  Neppure i Vangeli lo segnalano con precisione, ma Luca allude a circostanze che fanno pensare ad un periodo diverso da quello invernale (le greggi erano al pascolo intorno alla grotta della natività e questo non poteva avvenire d’inverno, perché i pastori ebrei partivano per i pascoli con la prima luna piena di primavera, tornando in autunno) e comunque solo nel IV° secolo si consolida la tradizione di festeggiare la Natività il 25 dicembre, mentre fino ad allora si era festeggiata in diverse date, il 28 marzo, il 18 aprile o il 29 maggio, più accettabili storicamente, e il 6 gennaio (Epifania significava l’apparizione del Cristo).

Il 25 dicembre è dunque una data convenzionale, scelta in ragione di passaggi ciclici stagionali e frutto d’un processo sincretico.

E questa sovrapposizione operata dal Cristianesimo sulle tradizioni popolari preesistenti non riguardò solo il Natale, ma anche altre ricorrenze pagane. Per fare pochi esempi: la festa di San Giorgio ha rimpiazzato l’antichissima festività della “Parilia”; i festeggiamenti di San Giovanni Battista hanno sostituito la festa dell’acqua, che era celebrata a mezz’estate; la festività dell’Assunzione della Vergine ha preso il posto delle celebrazioni di Diana; Samhain è diventata la festa di Ognissanti e via di seguito.

Anche al giorno del riposo settimanale (primo giorno della settimana – festa di stato introdotta da Costantino nel 321) che si chiamava “giorno del sole” (dies solis) fu cambiato il nome in Domenica= giorno del Signore. Ma nei paesi anglosassoni rimase il nome che Wulfrida l’ariano (creatore della lingua tedesca) aveva introdotto e mutuato dal latino: in inglese infatti rimase Sun-day e in tedesco Son-tag.

Ma ritornando al Natale, se è vero che discende da antiche cerimonie dedicate al Dio Sole, non deve stupire che, nonostante siano trascorsi molti secoli, gli antichi significati siano sopravvissuti. Infatti il fuoco, un elioemblema universale, è l’elemento fondamentale di numerosi rituali natalizi europei ed extraeuropei. A Natale – come per tutte le feste intorno alla fine dell’anno, Santa Lucia , San Nicola , Sant’Antonio, Capodanno, Epifania – ancora oggi si usa fare fuochi, falò e fiaccolate. Il mito racconta che Mithra stringeva sempre in mano una torcia, che rappresentava la luce e il calore che egli effondeva sul mondo. E il Bambin Gesù ha la testa circondata di raggi solari.

E’ da queste origini che risale la tradizione del ceppo natalizio, ceppo che doveva essere preferibilmente di quercia, un legno propiziatorio, e doveva bruciare nelle case per 12 giorni consecutivi: da come bruciava si presagiva come sarebbe stato l’anno futuro. Il ceppo natalizio ai nostri giorni si è trasformato nelle luci e nelle candele che addobbano case, alberi e strade.

Nelle tradizioni e ritualità della festa del Sole troviamo anche molte altre cose in comune con il cristianesimo che certamente quest’ultimo mutuò dalle prime.

Ma non solo. I collegamenti tra Cristianesimo e precedenti culti pagani vanno ben oltre. Basti pensare al battesimo e al pasto sacro dopo aver consumato il quale  MITHRA salì al cielo col carro del Sole, ma anche al banco di pietra davanti l’abside, all’altare dove veniva esposto il disco solare, all’ascesa al cielo per gli eletti. Poi c’era l’atto delle mani giunte che nel Parsismo (Zoroastrismo) era in uso nell’invocare i supremi spiriti dello Spenta Mainyu (o Amesha Spenta), i santi immortali che circondano il dio buono e supremo, creatore e giudice del mondo, che  servono umilmente per guidare le anime. Infine altri oggetti e comportamenti: la stola, il copricapo dei vescovi (si chiama ancora mitra), le vesti, i colori, l’uso dell’incenso, l’aspersorio, i lumi accesi davanti all’altare, le genuflessioni, e infine la stessa architettura delle basiliche, non ultimo l’oggetto più  rappresentativo che domina il rito cristiano: l’ostensorio in cui si pone l’ostia consacrata per esporla all’adorazione dei fedeli e che è un disco da cui di dipartono dei raggi. Peraltro,  contrariamente a quello che si  pensa, l’ostensorio della liturgia cristiana non prese il nome dall’ostia, ma accadde il contrario. Il termine esisteva un millennio prima di Cristo: “ostiare” corrispondeva a un etimo egizio (che si traslò anche nel latino) che significava  mostrare, fare vedere,  cioè mostrare il disco solare ai fedeli, ma anche mostrare la vittima del sacrificio. La liturgia cristiana conservò anche l’abbassamento del capo, perché nei primi riti di Aton all’aperto,  non era una proibizione guardare il sole, ma era solo un accorgimento, perché fissando il sole si rischia di perdere la vista. Nei successivi riti trasferiti all’interno dei templi i sacerdoti di Aton ricorsero a un disco d’oro con i raggi attorno, appunto l’ostensorio, elevato in alto (elevazione), ma l’abitudine di chinare il capo rimase, e fu poi successivamente, insieme all’oggetto, traslato anche nel rito cristiano.
Un papa, san Leone  Magno (nel 460 d.C.), sconsolato, dopo che erano passati quasi centotrenta anni dal bando del culto solare da parte di Costantino (pur essendo lui – fino alla morte – un cultore del Sole), scriveva: “..E’ così tanto stimata questa religione del Sole che alcuni cristiani prima di entrare nella basilica di San Pietro apostolo,  dedicata all’unico Dio, vivo e vero, dopo aver salito la scalinata che porta all’atrio superiore, si volgono verso il Sole e piegando la testa si inchinano in onore dell’astro fulgente…” Per sradicare questi ultimi residui delle religioni solari occorse quasi un millennio. Risolse il problema un monaco,  un dottore della Chiesa, san Bernardino da Siena (1380-1440). Al centro dell’altare,  invece del disco in oro luccicante, mise una teca con dentro il simbolo dell’eucaristia, il pane.
L’ostia consacrata risale invece alla fine del XV° sec, mentre la forma dell’ostia fu stabilita all’epoca del Concilio di Trento, quando fu sancita la dottrina della presenza reale del Cristo, della messa come sacrificio e la concezione della consacrazione dell’ostia.  Così Bernardino conciliò e accontentò sia l’adorazione solare dei pagani che l’adorazione dei cristiani. Al termine delle sue trascinanti prediche soleva mostrare una tavoletta contornata da un cerchio di raggi fiammeggianti, con al centro incise in oro le lettere JHS (iniziali dell’espressione latina che significa Gesù Salvatore degli Uomini). E la con-sacrazione ( = dal-sacrificio) era un rituale presente in tutti i riti arcaici delle antiche religioni politeistiche, monoteistiche e anche dei riti pagani più lontani nel tempo. E, attraverso  l’offerta sacrificale e la distribuzione ai presenti, la consacrazione era concepita come portatrice di speciali forze che andavano ad agire sui presenti sacrificanti e, per questo,  chiamata “communio” (cioè dividere una cosa con altri – e la cena, il pasto o la semplice assunzione  di un frammento dell’oggetto del sacrificio, era il rito per ricevere le speciali forze).

Quanto all’accostamento di Cristo al dio Sole Mithra (culto più antico dell’Antico Testamento di quasi 500  anni) fu abbastanza facile.

Giovanni nel Nuovo Testamento affermava “…in Lui era la vita e la vita era la Luce, la Luce che splende nelle tenebre, la Luce vera che illumina ogni uomo” (Giovanni 1,4-5 e 9).
Tertulliano che scrisse su quasi tutti i problemi che agitavano la Chiesa del tempo, e che coniò molti concetti  che dovevano poi essere alla base della dottrina della Trinità e della cristologia, scriveva  “…ritengono che il Dio cristiano sia il Sole perché è un fatto notorio che noi preghiamo orientati verso il Sole che sorge e che nel Giorno del Sole ci diamo alla gioia, a dir il vero per una ragione del tutto diversa dall’adorazione del Sole” (TertullianoAd Nationes I, 13). E Tertulliano con queste parole tornava all’Antico Testamento dove  il Messia veniva preannunciato dai profeti come Luce e Sole. Isaia scriveva “Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande Luce e su coloro che abitavano la terra tenebrosa una Luce rifulse” (Isaia 9,1). Altrettanto scriveva Malachia “Sorgerà con raggi benefici il Sole di giustizia” (Malachia. 3,20).

Fonte: http://mariapaolavannucchi.xoom.it/il_solstizio_d’inverno.htm

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