Oscar Giannino: una lezione, un’azione, una reazione.

IL SOLITO, LUCIDISSIMO, OSCAR GIANNINO.

ReteLib – Una lezione, un’azione, una reazione

di Oscar Giannino, 29 ottobre 2013

Le vicende di queste due ultime settimane fanno riflettere. “Devono” anzi far molto riflettere innanzitutto i liberaldemocratici veri, se mi passate l’aggettivo apodittico, quelli che sono alla ricerca di soluzioni per dare forma e sostanza alla possibilità di avere più voce in capitolo nella soluzione del problema-Italia, e che si pongono in questa ricerca non potendosi affatto riconoscere nella tripartizione dei tre maggiori blocchi usciti dalle urne nel febbraio scorso. 

Mi limito a tre modeste riflessioni. La prima riguarda una lezione. La seconda, un’azione. La terza, una reazione.


La prima avviene nel Pdl, anzi “viene”, come lezione, dal Pdl. La frattura  tra falchi e colombe non si consuma, non avviene. C’è una logica, in questo. Naturalmente, è una logica che non piace a tutti coloro che tifano e vogliono la fine ultima del berlusconismo sotto i calcinacci  di un’esplosione virulenta del suo stesso ed eterogeneo campo. Ma è proprio per questo una lezione. Parlamentari e ministri del Pdl, comunque la pensino sulla residua forza del loro leader fondatore, sul valore e significato del governo Letta, e su che cosa succederà ad entrambi, alla prova dei fatti mostrano una qualità elementare della politica strutturata, e per questo forse lasciano stupefatti molti osservatori che, più o meno tifosi,  immaginavano il campo del Cavaliere come un’accozzaglia di eterocliti improvvisatori, debitori solo della fiducia del Capo. La qualità consiste nella consapevolezza che – ripetiamolo, al di là della ferita mortale inflitta  al Capo – il proprio campo non deve dividersi, se vuole avere maggiori  possibilità qualunque cosa avvenga in futuro. Non sto dicendo sia un bene o un male, né quanto gravi siano le contraddizioni di chi tra loro immagina aver dato uno strappo energico – e l’ha dato, il giorno della fiducia a Letta  e del malinconico ripiegamento del Capo sulla stessa linea, all’ultimo secondo – e continui poi a ripetere che non c’è altro leader fuor da Berlusconi. Fatto sta che la lezione è che il Pdl non si separa e non si scioglie. E se Berlusconi immagina di farlo cambiandogli di nome per mascherare un’epurazione, sarà lui questa volta a sbagliare.


La seconda riflessione riguarda un’azione di senso esattamente opposto.  Quella di Monti, che separa i suoi separandosi dai suoi. Anche su questo, come per Berlusconi, cerchiamo di stare al fatto politico, rifuggendo da toni intrisi di sarcasmo e malizia. 
L’azione di Monti colpisce molto da vicino chi è liberaldemocratico e, a fronte almeno dalla delusione degli ultimi anni di parabola berlusconiana se non dall’inizio, guarda per definizione altrove rispetto al Cavaliere, fintantoché la sua insegna sarà in campo. Su Monti si sono abbattute ironie e polemiche, lo si è definito ingenuo e arrogante insieme, tanto impolitico da procurarsi da solo danno e scorno. Tuttavia, se stiamo alla politica, Monti ha, magari anche impulsivamente, tranciato però un’ambiguità che comunque sarebbe scoppiata. Un’ambiguità costitutiva in Scelta Civica per come nacque in poche settimane alla fine del governo Monti, quando ancora il Cavaliere non doveva misurarsi con decadenza e interdizione. 


E’ un’ambiguità che riguarda destini personali di chi pensa che, prossimo il Cavaliere a finire, tanto vale rientrare oggi nel grande gioco di chi ne conquisterà la successione nel centrodestra. Ma è anche un’ambiguità che riguarda una scelta di fondo, a quale grande famiglia politica europea appartenere. Perché se si dice PPE, allora giocoforza i conti con Pdl, o FI che sia, bisogna farli assai più da vicino che se si pensa invece ai liberaldemocratici europei. Casini, Mauro ed altri la pensano così, inutile accusarli di poltronismo d’accatto. Altri no, perché hanno concepito e vissuto Scelta Civica in maniera molto diversa: non come soluzione temporanea all’impraticabilità di un centrodestra a diversa guida, ma come  nucleo fondante di una vera forza liberale non populista, una forza ad altissima rappresentanza di società civile invece che di vecchi professionisti della politica. Se la si guarda così, la rottura non è stata solo comprensibile, ma giusta e inevitabile.


La terza riflessione è sulla reazione. Quella che da inizio settembre, in poche settimane, vede nel Pd Matteo Renzi aver già travolto resistenze interne che sembravano ben più solide. E vede il suo partito ancora una volta, come sempre dal 1994 in avanti, già bell’e convinto di aver in tasca il prossimo risultato elettorale. 
La mia modestissima opinione è che i liberali veri di diversa scuola, storia  e simpatia, dovrebbero far discendere conseguenze da ciascuno di quei tre fattori.


Dal primo, perché la sfida per una forza liberale si lancia da “fuori” il campo del berlusconismo, non da dentro. Anche se questo non significa coprire di invettive chi la pensi diversamente. Da fuori perché il nucleo profondo del berlusconismo del primo decennio – almeno tre cose: politiche antistataliste; fiducia negli italiani invece che nei politici; avversione a ogni concezione pedagogico-giacobina depositaria di modelli di virtù pubblici attuati attraverso lo Stato – va recuperato privandolo del suo errore di fondo, l’identificazione con il leader insostituibile che è un crisma caratteristico proprio della vecchia politica, quella a cui Berlusconi voleva originariamente opporsi, e dove per vecchia non s’intende una contrapposizione in nome del nuovismo ma vecchia perché, a ben vedere, ha portato alla fine sia il blocco liberale che fece l’Italia da Cavour a Giolitti, sia ovviamente il fascismo, sia la Repubblica andreottiana dei partiti. 


Dal secondo fattore, la rottura di Scelta Civica, va dedotta la necessità di unirvi al più presto i liberali che non vi si riconobbero, per evitare il rischio che il campo resti sguarnito e l’unico terzo polo sia quello, controdemocratico, di Grillo che riprende forza. Scriveva Hayek nel 1949. “quello che ci manca è un’utopia liberale, un programma che  non sembri  una mera difesa delle cose come stanno né una versione annacquata del socialismo bensì un radicalismo realmente liberale. La principale lezione che il vero liberale deve imparare dal successo dei socialisti è che è stato proprio il loro coraggio nel mostrarsi utopisti a guadagnare loro l’appoggio degli intellettuali e quindi l’influenza sull’opinione pubblica”. Radicalità, contro gli eccessi fiscali e il neointerventismo statalista che piace tanto al governo Letta, alle “banche di sistema” e ai privati-falliti dei patti di sindacato. Radicalità nel proporre un perimetro integralmente diverso della PA, come unico orizzonte per ridare reddito a milioni di italiani che nella crisi dallo Stato l’hanno visto intaccare, e che oggi rischiano sempre più anche la stessa cosa nel patrimonio. Radicalità anche nel carattere e nel profilo di uno e più leader all’altezza, di caricarsi sulle spalle questa battaglia nell’impari confronto coi tre poli maggioritari e il vasto coro dei  loro sostenitori.


Della terza cosa, l’ascesa di Renzi nel Pd com’è e senza romperlo per cambiarlo come invece voleva nell’ottobre scorso, ricordare bene una cosa: non c’è leader politico per quanto trascinante, nella storia del partito più partito che sia rimasto in Italia, che abbia potuto averne ragione. Che i socialisti facciano il loro mestiere, dunque. Ma quello dei liberali è diverso.

via: ReteLib – Una lezione, un’azione, una reazione.

Un pensiero su “Oscar Giannino: una lezione, un’azione, una reazione.”

  1. Quello di Giannino sembra un esercizio inutile, data la tendenza a superare la intermediazione dei partiti, che ormai appaiono solo come un oneroso inciampo, e realizzare la partecipazione diretta dei Cittadini con la scelta dei propri rappresentanti con mandato annuale e remunerazione con obolo volontario.
    Stati, Regioni, Province, Comuni andranno verso una amministrazione di tipo ‘condominiale’, in cui la fiscalità territoriale sarà basata sulla rilevazione della ricchezza reale censita a copertura dei servizi indivisibili forniti.

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