Foto Alfa Romeo Milano 149 definitiva

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Sardegna, Costa Rei. Panoramic

Sardegna, Costa Rei

Viaggio al centro della crisi americana

ddBazaar all’aperto, quartieri desolati e case in svendita nell’epicentro del terremoto immobiliare Usa
Alpharetta. Neppure gli sceneggiatori di Star Trek, dopo quattro gin&tonic, avrebbero potuto inventarsi un nome così. Contea di Fulton, venticinque miglia (40 km) sopra il centro di Atlanta. Il sobborgo del sobborgo, la periferia esponenziale, un ectoplasma urbano con diversi nomi – sprawl, exurbia, suburban supernova – e molte conseguenze. Qui in tanti hanno cercato di comprar casa coi mutui subprime (a rischio), qui sono avvenuti i foreclosures (pignoramenti), qui le banche cercano di vendere all’asta le case di cui sono rientrate in possesso. La periferia dell’America è il centro della crisi: come nei tornado, un luogo tranquillo. Sembra assurdo, ma quanto è accaduto ad Alpharetta ha avuto ripercussioni in tutto il mondo. Posto vuoto, liquido, la fotocopia di se stesso. Solo 630 abitanti/km quadrato. La più bassa densità urbana sul pianeta, all’estremo opposto sta Hong Kong: nello stesso spazio vivono 48.571 persone.

Lo sprawl è intorno a Denver e a Las Vegas, in Virginia e in Arizona, tra Fort Worth e Dallas, in North Carolina e in California. David Brooks, nel suo libro On Paradise Drive (2004), descrive bene il fenomeno, ma lo approva, e non ne intuisce la prossima crisi. Scrive: «È come se Zeus, da un giorno all’altro, avesse cominciato a far cadere grandi città nel mezzo della campagna e del deserto. Boom! Una nuova comunità. Boom! Una grande shopping-mall. Boom! Un centro ricreativo, una piscina e mille campi da calcio!». Fermo la Chevrolet ad Alpharetta e penso: un dio dell’Olimpo avrebbe fatto di meglio. Le case sono luminose, ma anonime e vuote. Gated communities, le chiamano: le cancellate (gates) si vedono, le comunità no. In Abberly Lane, la «casa del mese» (n. 278) è aperta: entriamo, non c’è nessuno. Davide Marengo, con la sua macchina fotografica, sembra un extraterrestre in cerca di documentazione. Agenti immobiliari sorridenti, da opuscoli asciugati al sole, promettono «Upscale Brick Garden Homes», case in mattoni con giardino, a 324 mila dollari («Ridotto! Non c’è concorrenza!!!»). «Ma non si vendono», racconta l’architetto Giancarlo Pirrone, negli Usa dal 1978. Nella zona di Atlanta, spiega, ci sono decine di migliaia di case sul mercato, e solo un immobiliarista su dieci è ancora in attività. «Mancano servizi e luoghi pubblici: il pendolarismo è una necessità, l’automobile una condanna. Quando la benzina è raddoppiata, sfiorando i 4 dollari al gallone, è stato un trauma».

Anelli, strade fantasma, edifici bruciati. Le città americane sono ingorde di spazio. Non devono intrufolarsi per valli e colline, come le nostre: si allargano, invece, come l’onda di un sasso nell’acqua. Al centro il downtown, il luogo del lavoro e del divertimento. Intorno i vecchi quartieri residenziali come Ansley Park qui ad Atlanta, Beacon Hill a Boston, Georgetown a Washington DC. Il terzo anello è occupato dai quartieri di servizio, rifugio della nuova immigrazione. Il quarto anello sono i sobborghi tradizionali, teatro di rappresentazioni televisive (da Happy Days a Desperate Housewives) e fantasie cinematografiche (American Beauty). Poi c’è il quinto anello, e non ha confini esterni. È lo sprawl che insegue la campagna. Negli anni Novanta 73 milioni di americani – un quarto della popolazione – ha cambiato Stato, ed è stato spesso calamitato in questo spazio nuovo. Molti hanno comprato casa, grazie alle agevolazioni fiscali di Bill Clinton. Finché il mercato immobiliare ha tenuto, l’illusione ha retto. Poi, un paio d’anni fa, l’inversione di tendenza. In poco tempo, il mutuo valeva più della casa che doveva servire ad acquistare.

I pignoramenti non hanno interessato soltanto il quinto anello, si sono estesi ad altre zone urbane.Alla 93a Pizza Italians, sotto un diluvio primaverile, incontro Jeff Landers, che accompagna Antonella. Di mestiere acquista case dalle banche («Mai con le famiglie dentro, però»). Mi detta alcuni zip codes (codici postali) di Atlanta interessati dai foreclosures: 30310, 30314, 30315, 30318. Spiega: «In Florida il crollo è dovuto al mercato, qui in Georgia alle frodi. Durante il boom immobiliare la gente, pur di ottenere un mutuo, dichiarava redditi che non aveva». La mattina dopo andiamo a vedere. Nel West End, sotto la Interstate 20, molte case sono abbandonate; il postino racconta che il lavoro s’è fatto leggero. Strade fantasma, edifici bruciati: chi le ha occupate, l’inverno scorso, ha usato il legno delle pareti interne per scaldarsi. Intorno verde esplosivo, cielo azzurro, pelle nera, porte color pastello. Un uomo sta lavando la Camaro, e prepara la canna da pesca. Gli domando dove vanno, quelli che perdono la casa. Risponde: «Parenti, amici, in affitto, in tenda, sotto i ponti: dove capita». Negli anni Novanta la parte urbana di Atlanta è cresciuta del 6%, l’area metropolitana del 39%; e la massima espansione è avvenuta lungo il «quinto anello». To sprawl vuol dire «stravaccarsi». Il sostantivo, riferito alle periferie, apparve nel 1955 sul Times di Londra; quindici anni prima, l’esibizione Futurama, alla New York World’s Fair, aveva creato in America il mito del sobborgo. Un fenomeno che ha i suoi detrattori – i Talking Heads ne ebbero una geniale avversione artistica (Nothing But Flowers, 1988) – e i suoi sostenitori. Tra questi il già citato David Brooks del New York Times, Joel Kotkin della New America Foundation, Robert Bruegmann della University of Illinois, Chicago, autore di Sprawl: A Compact History (2005). Per questi autori la polverizzazione urbana è una lodevole conseguenza del sogno americano, fatto di spazio, libero mercato, autonomia. Qualcuno ha voluto semplificare: lo sprawl è nazionalista e repubblicano; le aree urbane sono democratiche, complicate, quasi europee. Guardando la mappa delle elezioni di novembre, potrebbe starci. Obama, in fondo, è un ragazzo di città.

L’edilizia si mangia il territorio. Che non sia così semplice lo capiamo scendendo lungo la I- 85 e attraversando il confine dell’Alabama. Ci fermiamo a Eufaula, cresciuta sull’industria del cotone, dopo aver sloggiato gli indiani Creek, spediti a Eufaula, Oklahoma, città omonima creata per ospitarli (1837). Il prodotto veniva portato in Florida lungo fiumi impronunciabili (Chattahoochee, Apalachicola), e con altre navi arrivava a New York e a Liverpool. Oggi Eufaula è una cittadina del sud, quasi oleografica nella sua autosufficienza: ci sono i motel, le case colorate, i diners dove servono grouper (cernia) e shrimps (gamberetti) in ogni combinazione. Mutui, pignoramenti, sfratti? Non sono prodotti locali, rivolgersi altrove. L’ombra dell’errore immobiliare ricompare più a sud, a Dothan, dove il mercato delle pulci sembra risentire di molti traslochi forzati, e poi nella Florida occidentale che corre parallela al Golfo del Messico. La chiamano panhandle (manico della padella). Terra di basi aeree (Pensacola, Eglin, Tyndall) e spring breaks, i rituali eccessi primaverili degli studenti americani. A Destin – nome profetico – si avverte un altro mutamento: gli errori diventano turistici. Condomini improbabili (condos) cuociono nel sole, aspettando ospiti tutti uguali. La sensazione, per noi italiani, è familiare: un’edilizia famelica si mangia il territorio, un boccone alla volta.

Seaside, il successo del New Urbanism. Qualcuno ha provato a reagire, ma non s’è spinto oltre il gioco intellettuale. Seaside è stata fondata nel 1979 da un ricco imprenditore, Robert Davis, deciso a ricreare l’atmosfera estiva dell’infanzia sui terreni ereditati dal nonno. È considerato uno dei primi e più riusciti progetti del New Urbanism, secondo cui le città devono combinare zone residenziali e attività economiche, grazia estetica e aree pedonali. A Seaside hanno girato The Truman Show (1998), e la sensazione di piacevole irrealtà è rimasta. Ci vogliono 4 mila dollari la settimana per affittare una casetta dentro l’acquerello; per acquistarla, da 1,5 a 5 milioni. All’ufficio-vendite, bianco e ospedaliero, domando se hanno avuto pignoramenti. «Uno», dice il ragazzo dietro il banco. «Troubles in paradise», guai in paradiso, sto per rispondere. Poi mi fermo: sembra il titolo di un altro film.

Qualcosa sta cambiando. Seguiamo la 98 verso est, lungo il mare. Dopo Panama City comincia la Forgotten Coast, la costa dimenticata. Nome impeccabile: i turisti sono pochi, i prezzi contenuti, l’aria sa di passato prossimo. «Arrivano per caduta dagli Stati sovrastanti: quando in Alabama, Georgia e Tennessee vogliono andare al mare, scendono qui», mi spiega senza entusiasmo il gestore del ristorante-bar Tucano a Mexico Beach, dove mettono le birre sul biliardo e friggono tutto quello che si muove. Trecento miglia più a sud, lo sprawl riprende. A Tampa – terra di container, baseball e fulmini – molti edifici, come il futuristico Skypoint, cercano inquilini: erano in vendita, ma nessuno comprava. Patrizia La Trecchia, assistant professor alla University of South Florida (USF), ci mostra orgogliosa il suo acquisto all’asta: un bagno grandioso circondato da un grazioso appartamento. Mike Chen, uno dei responsabili dello sviluppo urbano, mi ricorda che il valore delle case in città tiene meglio di quelle in periferia. Due architette, Taryn Sabia e Vivian Salaga, ce l’hanno coi developers, i costruttori che hanno urbanizzato zone immense, senza preoccuparsi della qualità di vita: «Per risparmiare hanno comprato progetti sui cataloghi, e le autorità locali li hanno lasciati fare». Risultato: la gente, a poco a poco, rivaluta il centro. Saint Petersburg, quarta città dello Stato, ha 360 giorni di sole l’anno, un downtown vivace, quartieri fioriti, luce sull’acqua: la Florida nei sogni degli italiani, che poi vanno a mettersi in coda a Miami. Molti americani del nord acquistano casa a St Pete, ma ci vengono poco. «Per sapere se sono in città», racconta un uomo d’affari locale, Patrick Dines, «la sera contiamo le luci nei palazzi».

Insieme andiamo a trovare Rick Baker, sindaco atletico e filosofico, una certa somiglianza con Leon, uno dei replicanti di Blade Runner. Da bravo repubblicano, Baker è convinto che, in America, i soldi risolvano le crisi che hanno creato. «Sono un tipo alla Milton Friedman, e penso che il mercato stia lavorando. Ci lamentavamo della mancanza di abitazioni a buon mercato? Be’, problema risolto». Questo, forse. Per altri, occorre tempo. Le banche della Tampa Bay prestano soldi malvolentieri. A Sarasota, poco distante da qui, ci sono case senza famiglie e famiglie senza casa. A Fort Myers, più a sud, un’agenzia immobiliare organizza visite guidate delle foreclosures. Un autobus verde porta in giro chi, tra le macerie del mercato, sogna di scovare un buon affare («Forza gente! È ora di comprare! Ormai i prezzi hanno toccato il fondo»). Baker, sindaco-replicante, fa bene però a essere ottimista. Il sogno americano, come un autotreno dopo un tamponamento, è acciaccato: ma non è fermo. L’impressione è che stia cambiando direzione. Il «quinto anello» – l’abbiamo visto – è in crisi: di soldi e d’identità. Le città, oggi, sembrano più attraenti. Leggo sul mensile The Atlantic: «Venticinque anni fa il film Fuga da New York catturava lo spirito del tempo. Tra due o tre decenni, forse, il futuro Kurt Russell sarà protagonista di Fuga dal sobborgo». Originale, ma eccessivo. Gli americani, a un driveway per parcheggiare e a un prato dove spiare i vicini non rinunceranno facilmente. Ma iniziano a pensare cose nuove. Per esempio: si può andare a piedi da un luogo all’altro, senza essere poveri, pazzi o malintenzionati.

Beppe Severgnini

Sondaggi: Berlusconi in calo

FORSE per colpa del divorzio con “la signora Veronica”, forse per la linea dura sull’immigrazione. Ma per Silvio Berlusconi la luna di miele post-terremoto, che lo aveva portato a quota 56, sembra finita.

La fiducia nel premier a maggio, secondo il sondaggio mensile di Ipr Marketing per Repubblica.it, è in calo di tre punti. Da 56 a 53. Solo a marzo (52) gli era andata a peggio, ma secondo gli autori del sondaggio, il calo di 3 punti in un mese è decisamente rilevante. Nella considerazione degli italiani scende di due punti anche il governo che tocca quota 44%: il minimo come a marzo.

GUARDA LE TABELLE

I dati Ipr ci dicono dunque che il Cavaliere torna all’indice di fiducia che aveva al momento del suo insediamento. E che il suo partito, il Pdl, e la Lega di Bossi restano fermi rispetto ad aprile: quota 50.

Si registra, invece, una lieve ma generalizzata risalita della fiducia nei partiti di opposizione. Il Pd sale di due punti (è al 33), l’Udc di uno (34) e l’Italia dei Valori di Di Pietro cresce di ben quattro punti (al 41).

Interessanti alcuni dati sui ministri. In particolare quello che riguarda la fiducia nel titolare dell’Interno Maroni. Il paladino della linea dura su immigrati e sicurezza è in calo, di ben tre punti. Come se fuori dal bacino elettorale di riferimento la “cattiveria” tante volte invocata dai leghisti contro i migranti non pagasse.

Per Giulio Tremonti, invece, le cose vanno all’opposto. Il ministro dell’Economia cresce, anche lui di tre punti. Forse beneficiando di quei primi timidi segnali di uscita dalla crisi globale.

http://www.repubblica.it/2009/03/sezioni/politica/sondaggi-2009/fiducia-maggio/fiducia-maggio.html

Bankitalia: debito pubblico record ed entrate tributarie in calo

EFFETTO GOVERNO BERLUSCONI: LI’ DOVE REGNA LA PROSPERITA’, leggete:

Nuovo record per il debito pubblico italiano: a marzo si è attestato a 1.741,275 miliardi di euro contro i 1.707,410 del precedente record segnato a febbraio. E’ quanto si legge nel supplemento al Bollettino statistico della Banca d’Italia, sull’andamento della finanza pubblica.

E intanto le entrate tributarie continuano a calare: sempre secondo via Nazionale si sono attestate, nel primo trimestre 2009, a 81,016 miliardi, ovvero circa 4 miliardi in meno rispetto agli 85,075 dei primi tre mesi del 2008. La diminuzione percentuale è del 4,8%. Il dato è calcolato al netto dei fondi speciali per la riscossione, cioè importi già incassati ma non ancora suddivisi tra tasse e contributi, che mostrano un leggero scostamento tra i due trimestri considerati.

Tornando al debito, c’è da dire che a marzo cala in comuni e province, mentre resta stabile quello delle Regioni. Più in dettaglio, riguardo ai comuni, a marzo il debito si è attestato a 47,282 miliardi di euro, in calo rispetto ai 48,183 di febbraio. A marzo 2008 era invece a 47,374 miliardi. Le regioni (più le province autonome) hanno visto il loro debito a marzo a quota 43,068 miliardi, stabile rispetto ai 43,026 miliardi di febbraio e in lieve aumento rispetto a marzo 2008 (42,445 miliardi). Infine le province: sempre a marzo hanno registrato un debito di 8,961 miliardi contro i 9,219 del mese precedente e gli 8,867 di marzo 2008.

Complessivamente dunque il debito delle amministrazioni locali (compresa la voce altri enti che, sempre a marzo, segna un debito di 9,3 miliardi) cala da 109,024 miliardi di febbraio a 108,645 miliardi (109,585 a marzo 2008).

http://www.repubblica.it/2009/03/sezioni/economia/bankitalia-13/dati-13mag/dati-13mag.html

Referendum: NO al populismo!

Di Alex Menietti.

L’han chiamata “Bossi Tax”. E’ la tassa, o meglio il costo, che dovrà sostenere lo Stato per portare i cittadini al referendum in un giorno diverso da quello delle elezioni europee. Si tratta di 172 milioni di euro (e non 460 come detto da alcuni), spesa ingente, che ci ha visti tutti unanimi nel dire “perché sprecare quei soldi?“.
I più demagogici hanno dato la colpa ad Umberto Bossi, in quanto è stato lui a chiedere di non fare l’election day. L’obiettivo, com’è facile immaginare, è pensare che voglia far astenere il suo elettorato dal referendum per cercare di non far raggiungere il quorum. Per spiegare meglio la situazione, però, faccio un passo indietro spiegando cosa si vota al referendum.
I quesiti a cui dovremo rispondere saranno tre: i primi due riguardano il premio di maggioranza alla lista più votata e innalzamento della soglia di sbarramento alla Camera ed al Senato. Attenzione, lista più votata, e non coalizione. Ciò vuol dire che in pochi anni si finirebbe con il bipartitismo. PdL da una parte, Pd dall’altra. Perderemmo l’Udc, partito che si basa sulla storica Dc. Perderemmo i movimenti di Bossi e di Lombardo, che hanno percentuali altissime nei territori in cui fanno leva. Perderemmo Di Pietro, che sfruttando il populismo sta aumentando sempre più i suoi consensi. Il terzo quesito, che a mio avviso sarebbe invece uno strumento democratico, è l’abrogazione delle candidature multiple. Alle ultime elezioni, diversi politici di ‘punta’ erano candidati in più circoscrizioni: risultando a fine elezioni come “plurieletti”, hanno potuto decidere quale circoscrizione d’elezione tenere buona, ed in quali ritirarsi. Dove si sono ritirati, ovviamente, sono passato i candidati a loro sottostanti. Negare questa possibilità sarebbe senza dubbio un grande passo avanti, a mio avviso.
Ora torniamo alla polemica della “Bossi Tax”. Come abbiamo visto, i primi due quesiti del referendum tornerebbero molto utili ai due maggiori partiti italiani, che nel governare non avrebbero più bisogno di scontrarsi con partiti minori. Dopo l’amore di Veltroni per Obama, continua il sogno americano in Italia, cercando il bipartitismo. Quello che ci si dimentica però è che l’Italia ha un’origine molto più antica dell’America, ha complesse situazioni al suo interno, come la presenza di minoranze linguistiche, culture talvolta abissalmente differenti, situazioni economiche più o meno brillanti a seconda delle Regioni. PdL e Pd, insieme, attraggono il 65,5% dell’elettorato, secondo i recenti risultati di un sondaggio dell’Osservatorio Digis per Sky Tg24 (14/04/09). Ciò vuol dire che se tutti gli elettori andassero a votare e fossero coerenti a quelle che probabilmente saranno le indicazioni di partito, il referendum passerebbe con i “si”. O almeno se fosse accorpato alle elezioni europee, in quanto non tutti sono informati sul fatto che possono liberamente evitare di votare ai quesiti, se non sono di loro interesse o se vogliono ‘giocare’ al non raggiungimento del quorum. La colpa – sicuramente – è degli italiani, poco preparati. Ma anche della politica, che anziché chiarire questi dubbi ci fa su leva per sfruttare l’occasione; anche le numerose leggi elettorali che si continuano a susseguire non sono d’aiuto. Il referendum potrebbe vedere pochissime persone interessate al voto ma che, ritrovandosi la scheda in mano, metterebbero le ‘x’ sul si o sul no. Partecipando alla formazione del quorum. Beppe Grillo, dal suo blog, scrivendo una frase priva di un senso logico, permette però di ragionare su come stia degenerando il populismo. “Ora invece l’elettore paga (non richiesto) per non votare un referendum proposto attraverso le firme dei cittadini“. Il problema, rispetto a quanto detto dal comico, è diametralmente opposto. Se i cittadini non tornano alle urne per il referendum è perché non interessa partecipare alla consultazione. O se anche i cittadini tornano, ma non sono la maggioranza, è perché l’argomento non suscita interesse. Dopo tutto non è un dovere il voto al referendum e, pertanto, i cittadini sono liberi di non andare.
Se mettessimo da parte per un solo momento la questione economica, potremmo anche immaginare che l’assenza di democrazia non è nel vedere fallire un referendum, quanto ingannare l’elettorato dando alle persone questa scheda in più in mano quando votano per le europee.
Ovvio, se ci limitiamo a parlare dei 172 milioni di euro anche io dico che Bossi ha sbagliato. Ma se analizziamo tutto il contesto, siamo proprio convinti che la colpa sia solo ed esclusivamente sua? Informiamo i cittadini delle loro possibilità e dei loro diritti. A quel punto sì che potremo arrabbiarci con i politici se ci faranno sprecare dei soldi!

http://www.alexmenietti.it/2009/04/referendum-noal-populismo

Violante al referendum vota NO

Caro Dario, cari amici, per un impegno preso da tempo, e che non posso rinviare, mancherò alla riunione di oggi. Avrei voluto parteciparvi non solo perchè questo è un dovere, ma anche perché avrei chiesto di intervenire sul voto nel referendum relativo alla legge elettorale per sostenere le ragioni del No.
Lo faccio con questa mia. Il referendum era stato proposto quando la confusione nelle due coalizioni, ma soprattutto nella Unione, appariva un danno in sè per la democrazia e consigliava rimedi drastici. I sostenitori erano consapevoli dei rischi, ma li accettavano per far fronte alla gravità della malattia. Oggi quel problema è stato superato per via politica con la scelta coraggiosa di Veltroni, nel 2008, di “andare da soli”. Si tratta ormai di una scelta irreversibile: gli elettori non potrebbero apprezzare il ritorno a quei tempi di confusione e di disordine. Cessata la malattia, quella che era stata pensata come medicina diventerebbe veleno.
Perché il prevalere del Sì, nella situazione attuale, porrebbe le basi per modificare in senso autoritario i caratteri del sistema politico. Perciò abbiamo il dovere di assumere una posizione ispirata dal senso della Costituzione e della Repubblica, come tu stai facendo su molteplici fronti, e non da discutibili furbizie politiche.
Quando sono in giuoco questi valori è onesto che ciascuno assuma pubblicamente le proprie responsabilità. È necessario chiarire con nettezza quale è l’effettivo significato politico del referendum.
Il referendum non è contro la legge Calderoli, ma la rafforza: la vittoria del Sì, infatti, ne confermerebbe i tre caratteri principali: la sottrazione ai cittadini del potere di scegliere i parlamentari; il sistema proporzionale, il premio di maggioranza. L’attribuzione del premio di maggioranza alla sola lista vincente (invece che alla coalizione) renderebbe un solo partito, minoranza nel paese, in ipotesi con il 30 per cento dei consensi, titolare del 55 per cento dei seggi, alla camera e al senato e quindi padrone di tutte le istituzioni. Quel solo partito, Pdl o Pd, avrebbe nelle proprie mani il potere di eleggere il capo dello stato, di impossessarsi dei mezzi di informazione, di cambiare radicalmente, secondo le proprie convenienze, i regolamenti parlamentari e le leggi elettorali. Sarebbe una conseguenza insana per la democrazia. I sostenitori del voto favorevole obbiettano che anche oggi una coalizione che prende il 35 per cento dei voti potrebbe conquistare la maggioranza assoluta dei seggi; che, una volta approvato il referendum, si potrà riformare la legge elettorale; che si tratta della via obbligata per giungere al bipartitismo e comunque alla semplificazione del sistema politico.
Sono obiezioni serie, avanzate da persone serie; ma non si tratta di obiezioni insuperabili. È certamente vero che anche oggi una coalizione con il solo il 30, 35 per cento dei voti potrebbe conquistare il 55 per cento dei seggi. Ma è una possibilità assai remota perché la coalizione di più forze comporta necessariamente (e nella esperienza ha comportato) il superamento di quella soglia; mentre il rischio sarebbe più vicino se il premio di maggioranza fosse assegnato alla sola lista vincente.
In ogni caso, quando vince una coalizione, la pluralità dei partiti di maggioranza agevola il confronto dialettico e valorizza il ruolo del parlamento e del dibattito pubblico. La maggioranza assoluta di un solo partito, invece, nella situazione italiana produrrebbe un mostruoso accumulo di potere nelle mani di una ristrettissima oligarchia politica. Molti sostenitori del Sì ritengono che in tal modo si agevolerebbe la approvazione di una nuova legge elettorale (ma quale?).
Sollevo alcune obiezioni. 1. Se il Sì prevalesse verrebbero confermati i caratteri fondamentali della legge vigente: a questo punto con quale legittimazione il parlamento potrebbe modificare quella legge? 2. Dopo la vittoria del Sì, in qualche settore della maggioranza non potrebbe nascere l’idea di operare per lo scioglimento delle camere e condurre la campagna elettorale su una nuova legge elettorale e su altre profonde trasformazioni del sistema politico da far approvare nel nuovo parlamento? 3. La proposta di far slittare di un anno il referendum non potrebbe rafforzare questa astuta eventualità? 4. Perché i partiti che sinora la riforma non l’hanno voluta, dovrebbero volerla dopo la vittoria del Sì al referendum, che consegna loro un potere politico ulteriore? Arriviamo al nodo del bipartitismo. Non è una jattura e molti regimi democratici sono bipartitici. Ma il bipartitismo, per prevenire derive dispotiche, ha bisogno di contrappesi… Richiede un forte parlamento e quindi che i parlamentari siano scelti dai cittadini e non dai capi dei partiti. Richiede disposizioni rigorose sul conflitto di interessi di tutte le autorità politiche, disposizioni che da noi mancano. Richiede partiti organizzati democraticamente; ma molti dei nostri partiti, come risulta dai loro statuti e dalle loro prassi, si fondano invece su principi carismatici e populisti. Infine, dire solo No al referendum, a mio avviso non basta. Quel No andrebbe accompagnato dalla nostra proposta di riforma costituzionale e da un progetto di legge elettorale che restituisca ai cittadini il potere di scegliere i propri rappresentanti.
Credo che dobbiamo batterci per la riforma della democrazia attraverso la democrazia, non per soluzioni che possono comportarne la riduzione a simulacro.

Luciano Violante

Referendum elettorale giugno 09, per cosa si vota? ecco la lista dei quesiti e le spiegazioni

Presentazione dei quesiti

Il 1° e il 2° quesito: premio di maggioranza alla lista più votata e innalzamento della soglia di sbarramento

Le attuali leggi elettorali di Camera e Senato prevedono un sistema proporzionale con premio di maggioranza. Tale premio è attribuito su base nazionale alla Camera dei Deputati e su base regionale al Senato. Esso è attribuito alla “singola lista” o alla “coalizione di liste” che ottiene il maggior numero di voti.

Il fatto che sia consentito alle liste di coalizzarsi per ottenere il premio ha fatto sì che, alle ultime elezioni, si siano formate due grandi coalizioni composte di numerosi partiti al proprio interno. E la frammentazione è notevolmente aumentata.

Il 1° ed il 2° quesito (valevoli rispettivamente per la Camera dei Deputati e per il Senato) si propongono l’abrogazione del collegamento tra liste e della possibilità di attribuire il premio di maggioranza alle coalizioni di liste.

In caso di esito positivo del referendum, la conseguenza è che il premio di maggioranza viene attribuito alla lista singola (e non più alla coalizione di liste) che abbia ottenuto il maggior numero di seggi.

Un secondo effetto del referendum è il seguente: abrogando la norma sulle coalizioni verrebbero anche innalzate le soglie di sbarramento. Per ottenere rappresentanza parlamentare, cioé, le liste debbono comunque raggiungere un consenso del 4 % alla Camera e 8 % al Senato.

In sintesi: la lista più votata ottiene il premio che le assicura la maggioranza dei seggi in palio, le liste minori ottengono comunque una rappresentanza adeguata, purché superino lo sbarramento.

All’esito dell’abrogazione, resteranno comunque in vigore le norme vigenti relative all’indicazione del “capo della forza politica” (il candidato premier) ed al programma elettorale.

Gli effetti politico-istituzionali del 1° e del 2° quesito

Il sistema elettorale risultante dal referendum spingerà gli attuali soggetti politici a perseguire, sin dalla fase pre-elettorale, la costruzione di un unico raggruppamento, rendendo impraticabili soluzioni equivoche e incentivando la riaggregazione nel sistema partitico. Si potrà aprire, per l’Italia, una prospettiva tendenzialmente bipartitica. La frammentazione si ridurrà drasticamente. Non essendoci più le coalizioni scomparirà l’attuale schizofrenia tra identità collettiva della coalizione e identità dei singoli partiti nella coalizione. Con l’effetto che i partiti sono insieme il giorno delle elezioni e, dal giorno successivo, si combattono dentro la coalizione.

Sulla scheda apparirà un solo simbolo, un solo nome ed una sola lista per ciascuna aggregazione che si candidi ad ottenere il premio di maggioranza.

Le componenti politiche di ciascuna lista non potranno rivendicare un proprio diritto all’autonomia perché, di fronte agli elettori, si sono presentate come schieramento unico, una cosa sola. Nessuno potrà rivendicare la propria “quota” di consensi. E sarà molto difficile spiegare ai cittadini eventuali lacerazioni della maggioranza. Lo scioglimento del Parlamento una volta che è entrata in crisi una maggioranza votata compattamente dagli elettori potrebbe essere politicamente molto probabile.

L’eliminazione di composite e rissose coalizioni imporrà al sistema politico una sterzata esattamente opposta all’attuale. Piuttosto che l’inarrestabile frammentazione in liste e listine, minacce di scissioni e continue trattative tra i partiti, il nuovo sistema imporrà una notevole semplificazione, lasciando comunque un diritto di rappresentanza anche alle forze che non intendano correre per ottenere una maggioranza di Governo, purché abbiano un consenso significativo e superino la soglia di sbarramento.

Il 3° quesito: abrogazione delle candidature multiple e la cooptazione oligarchica della classe politica

Un terzo quesito referendario colpisce un altro aspetto di scandalo. Oggi la possibilità di candidature in più circoscrizioni (anche tutte!) dà un enorme potere al candidato eletto in più luoghi (il “plurieletto”). Questi, optando per uno dei vari seggi ottenuti, permette che i primi dei candidati “non eletti” della propria lista in quella circoscrizione gli subentrino nel seggio al quale rinunzia. Egli così, di fatto, dispone del destino degli altri candidati la cui elezione dipende dalla propria scelta. Se sceglie per sé il seggio “A” favorisce l’elezione del primo dei non eletti nella circoscrizione “B”; se sceglie il seggio “B” favorisce il primo dei non eletti nella circoscrizione “A”. Nell’attuale legislatura, questo fenomeno, di dimensioni veramente patologiche, coinvolge circa 1/3 dei parlamentari. In altri termini: 1/3 dei parlamentari sono scelti dopo le elezioni da chi già è stato eletto e diventano parlamentari per grazia ricevuta. Un esempio macroscopico di cooptazione!

E’ inevitabile che una tale disciplina induca inevitabilmente ad atteggiamenti di sudditanza e di disponibilità alla subordinazione dei cooptandi, atteggiamenti che danneggiano fortemente la dignità e la natura della funzione parlamentare. Inoltre i parlamentari subentranti (1/3, come si è detto) debbono la propria elezione non alle proprie capacità, ma alla fedeltà ad un notabile, che li premia scegliendoli per sostituirlo.

Con l’approvazione del 3° quesito la facoltà di candidature multiple verrà abrogata sia alla Camera che al Senato.

I bananas all’assalto: “Qualcuno faccia tacere Veronica”

Qualcuno la faccia tacere. Anzi, le ricordi il suo passato da “attricetta”. Di più. Si dica chiaro e tondo che la “signora Veronica”, si permette di criticare e poi sta seduta sulla montagna di miliardi del marito”.

La “signora Veronica”, la chiama ora Berlusconi. Inevitabile l’assonanza con “i signori della sinistra”, espressione usata un giorno sì e l’altro pure dal premier. Assonanza che non sfugge ai militanti/elettori del Pdl. Che nel forum del sito – dopo un significativo black out della moderazione durato ben quattro ore – si scatenano.

Per tutto il mattino lo “Spazio azzurro” che di solito viene aggiornato dalle 9.30, tace. Vecchi post su terremoto e piano casa. Sul caso “euroveline” non c’è un buco di nulla. Come se non esistesse. Come se qualcuno si fosse preso una pausa di riflessione. Ma intorno alle 13 arriva il via libera. E la piazza telematica degli azzurri inizia a ribollire di rabbia contro la moglie del Cavaliere.

Si parte a colpi di fioretto: “Le esternazioni della signora Lario lasciano esterrefatti, se voleva ricordarci che esiste l’ha fatto nel modo peggiore”. Si va avanti a sciabolate: “Ha perso una buona occasione per stare zitta. Troppo comodo fare la moglie di Silvio, goderne gli agi e poi attaccarlo”.

I militanti del Pdl, probabilmente soprattutto gli ex di Forza Italia, non hanno troppi peli sulla lingua: “Hai la cabina elettorale per esprimerti, lascia perdere i giornali! Offendendo tuo marito offendi te stessa e tutti quelli che hanno fiducia in lui”. E in qualche caso la mettono direttamente sul piano personale: “Non sei mai stata una grande attrice e hai una vita da favola grazie a tuo marito. Piantala di infangarlo”.

A proposito di attrici, nulla sfugge alla memoria dell’indiavolato berlusconiano: “Ricorda che Silvio ti ha visto al cinema in Attila il flagello di Dio, non alla catena di montaggio come in Ufficiale e Gentiluomo…”. E ancora: “Ma chi era prima Veronica? Certo che sputare nel piatto che ti ha permesso la bella vita…”

Un post dopo l’altro, politica e mozione degli affetti si mescolano: “Non è la prima volta che lei delegittima suo marito, si ricordi che è il padre dei suoi figli”. Fino ad osare uno scivolosissimo paragone con il resto d’Europa: “Le mogli dei premier europei non si sognerebbero mai di ridicolizzare i propri mariti”.

Viene da chiedersi quanti capi di governo europei hanno candidato o fatto ministri starlette e veline tv, ma la domanda resta inevasa davanti a quelli – più di uno – che risolvono la questione “euroveline” nel modo più sbrigativo possibile: “Tutte stupidaggini, ci sono le preferenze e ognuno può votare chi gli pare e piace”.

Isolato, tra i post scandalizzati e livorosi, fa quasi tenerezza il messaggio di una elettrice evidentemente delusa: “Ha ragione Veronica, come può un padre di 4 figli sostenitore degli insegnamenti della Chiesa sulla famiglia comportarsi così con delle ragazzette?”.

Referendum, il Carroccio sbotta: preoccupati da bellachioma

“Sorpreso e preoccupato dalla scelta di Berlusconi”. Il ministro leghista Roberto Maroni non usa mezze misure per dare voce all’irritazione del Carroccio. L’annuncio che il premier voterà “sì” il 21 giugno ad una consultazione che la Lega vede come il fume negli occhi, viene visto con contrarietà e disagio. “E’ una presa di posizione che noi non condividiamo e che cercheremo di fargli correggere” taglia corto Maroni. Che, nel caso di vittoria del “sì” prefigura momenti difficili per il governo: “Se così fosse sarebbe inevitabile trarre le conseguenze di una così forte spinta popolare”. A chi gli chiede quindi se l’ipotesi sarebbe quella di elezioni anticipate l’esponente del Carroccio si limita a ribadire: “E’ difficile che il parlamento possa fare una nuova legge elettorale dopo un referendum così carico di significato politico. Perciò bisogna evitare che avvenga il danno, perchè se avviene, poi, tanti saluti…”.

Tensione, dunque, nella maggioranza. Non a caso il segretario del Pd Dario Franceschini vede nella decisione del premier “un’umiliazione della Lega”.”Berlusconi più che masochista è surrealista perché vuole abrogare una legge che hanno fatto lui e la sua maggioranza. Nessun problema per noi, visto che Berlusconi tutti i giorni si sta impegnando ad umiliare la Lega, bocciando le ronde, le norme sui Cie e ora dicendo sì al referendum” dice il leader democratico al programma di RadioTre “Faccia a faccia”.

L’attacco di Franceschini richiama le parole di ieri, quando il presidente del Consiglio aveva rivelato la sua intenzione di votare sì alla consultazione sulla legge elettorale: “Non sono masochista. Il referendum dà il premio di maggioranza al primo partito”, aveva detto il premier.

E oggi il segretario del Pd non risparmia le critiche: ”Ha perso i freni e sta diventando un problema serio per la democrazia. Quando un uomo politico si ritiene talmente potente da poter fare tutto nella sua vita e perde i freni, diventa un problema serio per l’equilibrio democratico”. Agli italiani allora, conclude Franceschini, ”domando se la mattina dell’8 giugno (all’indomani delle elezioni europee e amministrativive – ndr) se vogliono svegliarsi con un padrone assoluto o con le garanzie democratiche”.

Nonostante l’attacco, però, Franceschini chiede di non “sopravvalutare” Berlusconi. “C’è un complesso psicologico da superare. Voglio fare una domanda: se dal 1994 ad oggi le elezioni si fossero svolte in parità di mezzi, risorse e media, siamo sicuri che Berlusconi avrebbe vinto?”, osserva il segretario del Pd.

Franceschini torna con la memoria alla mancata legge sul conflitto di interessi (”fu un errore non fare tra il 1996 e il 2001) e non nasconde la critica. “Nell’ultimo governo Prodi – ricorda il segretario del Pd – ci fu l’impegno per fare la legge sil conflitto d’interessi che venne approvata in commissione e calendarizzata in aula ma questo è uno dei motivi per cui Berlusconi ha comprato alcuni senatori e ha fatto cadere il governo”.

Web sotto attacco – Tutti contro la direttiva dell’Ue

Gli utenti del web e i provider chiedono ai parlamentari europei di fermare la direttiva “Telecoms Package”, che darà ai gestori telefonici il potere di modificare le condizioni nelle quali usiamo le applicazioni più comuni, come Skype e Facebook
di VITTORIO ZAMBARDINO

C’è una lettera molto lunga, mandata qualche giorno fa al parlamento europeo. Si trova sul sito di AssoProvider. E’ in inglese e usa un po’ di gergo. Può sembrare uno di quegli allarmi da sesso degli angeli, di cui interessa qualcosa solo agli specialisti. E invece è una cosa molto urgente, molto seria. I firmatari chiedono ai parlamentari di pensarci bene prima di votare la direttiva “Telecoms Package”, ormai in fase di approvazione. Perché con quel testo – dicono – c’è il rischio di approvare anche una sorta di apartheid elettronica che apparentemente riguarderà i dati, cioè le cose inanimate. Ma poi avrà a che fare con le persone. Ecco di cosa si tratta.

Facciamo un passo indietro che ci aiuta a capire. A metà del mese di aprile, T-Mobile, la grande azienda di telefonia cellulare tedesca, una delle prime al mondo, ha comunicato ai suoi utenti che l’utilizzazione di Skype per chiamate in “voice over IP” dal cellulare sarà fortemente limitato.

Ecco, la direttiva Telecoms package promette di produrre effetti simili a questo e su un ampio arco di servizi. Perché alcuni emendamenti daranno ai gestori telefonici il potere di modificare le condizioni nelle quali usiamo le applicazioni più comuni.

Così Guido Scorza, giurista e presidente dell’istituto per le politiche dell’Innovazione, uno degli organismi firmatari della lettera: “Bisogna immaginare il gestore di un autostrada che a un certo punto decida di incolonnare tutte le auto gialle su un casello e tutte quelle rosse su un altro. E che decida di far andare le auto gialle al doppio della velocità di quelle rosse. O di dare la precedenza a quelle che portano il suo marchio, quello del gestore, perché sono le ’sue’ auto”.

Fuor di metafora, Scorza intende dire che l’accesso a Facebook, per fare un esempio, potrebbe essere reso relativamente più lento rispetto a quello di un film che viene venduto dallo stesso fornitore di accesso. Oppure questi potrebbe porre limiti quantitativi all’uso di servizi non collegati alla propria offerta o ritenuti marginali. O ancora: che una volta violata la parità tra tutti i diversi servizi, potrebbero esserci offerte commerciali tese a risolvere il problema creato dallo stesso comportamente del provider: dammi 2 euro per avere Facebook più veloce oppure “più collegamento” a Facebook. E il bello è che sarebbe tutto legale.

“Se la direttiva passa – aggiunge Scorza – il diritto ad accedere ad ogni genere di informazione, il diritto ad utilizzare qualsivoglia tipo di applicazione attraverso la Rete che i ‘netizen’ hanno sin qui ritenuto di avere nonostante frequenti violazioni da parte di taluni ISP verrà limitato ‘per legge’. A quel punto che il provider ’scelga’ cosa far vedere, leggere e sapere ai suoi utenti non costituirà più un aspetto patologico ma la regola, un po’ come avveniva ieri nell’era della vecchia e cara TV, nella quale pochi padroni dell’etere decidevano chi ci teneva compagnia a pranzo, con chi avremmo dovuto cenare e dinanzi a quale salotto ed ascoltando quali idee avremmo dovuto addormentarci. Si tratterebbe solo di ‘variazioni dell’offerta commerciale’: meno informazione e più intrattenimento o, magari, meno politica e più gossip.”

Fin qui Scorza. Che tutto ciò rappresenti una palese infrazione di quella sorta di “par condicio” dell’accesso internet, che va sotto il nome “neutralità della rete”, sembra ai firmatari della lettera fuori discussione. E sembra anche foriero di ulteriori gravi violazioni.

Le famiglie non pagano la retta, niente mensa per i bimbi immigrati

L’azienda che gestisce la ristorazione nella scuola di Pessano con Bornago, nel Milanese, lascia a digiuno 22 ragazzini (20 sono figli di immigrati, tra cui 14 rom): i genitori sono morosi. Il sindaco: “Se non pagano, è giusto che non abbiano il servizio”. Le maestre, indignate, ogni giorno offrono ai ragazzi il proprio pasto
Ventidue ragazzini senza piatto in tavola. Studenti delle elementari e delle medie, in maggioranza figli di immigrati. I genitori non pagano da mesi la cedola della mensa e una settimana fa la società di ristorazione ha tagliato il servizio. Nella scuola, l’istituto comprensivo di Pessano con Bornago, in provincia di Milano, scoppia la polemica contro il Comune, che si rifiuta di pagare quei pranzi. Le maestre offrono il loro pasto agli studenti, per non lasciarli senza cibo.

Il preside Felice Menna fa pressioni sul sindaco denunciando «una discriminazione inaccettabile e offensiva» e chiedendo che sia l’amministrazione a pagare. Ma Giuseppe Caridi, primo cittadino eletto con il centrosinistra, non ci sta: «Le regole sono regole e le famiglie vanno responsabilizzate — dice — non pagano da anni sapendo che qualcuno lo farà al posto loro, adesso basta». La Dussmann Service srl, società di ristorazione con sede a Trento, ha crediti con le 1.027 famiglie della scuola per 28mila euro, accumulati quest’anno. Un buco cresciuto a furia di cedole non pagate. A febbraio, l’azienda ha inviato a scuola l’elenco delle famiglie morose da lunga data, annunciando per i loro figli l’interruzione dei pasti. Il debito è in media di 700 euro per ogni studente, la lista conteneva 59 nomi.

Da allora, molti hanno saldato ricorrendo a rate e aiuti comunali. Oppure, se l’orario scolastico lo consentiva, hanno rinunciato al servizio. Ma per 22 non c’è stato nulla da fare: sospesi per morosità. Quattordici sono rom e vivono in un campo autorizzato. Due soli gli italiani, gli altri sono stranieri di varia provenienza. Quasi tutti frequentano le elementari, un paio le medie. «Gli stranieri non riescono a pagare — dice il preside — perché non hanno aiuti, non avendo qui la residenza». Per la stessa ragione, qualunque sia la loro situazione economica, pagano 3.80 euro a pasto, il massimo. Un centinaio di genitori della scuola insceneranno una protesta in consiglio comunale.

«Andremo in aula e mangeremo panini — dice Simona Villani, mamma e portavoce del comitato — è una discriminazione scandalosa». Anche il direttore scolastico provinciale, Antonio Lupacchino, in una lettera al sindaco chiede «un ripensamento rispetto a scelte che creano forte disagio in minori incolpevoli», e annuncia la possibilità che la scuola interrompa il servizio mensa. Dura anche la posizione di FlcCgil: «La situazione è inaccettabile — dice il segretario provinciale, Attilio Paparazzo — la condotta del sindaco è incomprensibile». Caridi si difende: «Investiamo molto in assistenza — dice — ma siamo contrari all’assistenzialismo. Se potessimo, pignoreremmo alle famiglie televisori e auto anziché togliere il piatto ai bambini, ma i tempi delle esecuzioni sono troppo lunghi».

Per Dussmann Service srl parla Agostina Rossini, la responsabile territoriale: «Non facciamo altro che applicare il contratto con il Comune», taglia corto.

http://milano.repubblica.it/dettaglio/articolo/1624506

Eclissi della religione ed insulti al papa

Ritrarre enfaticamente papa Ratzinger come “dolce pastore” sottoposto al martirio mediatico alimenta un certo narcisismo cattolico che sembrava dimenticato. Di fronte alle critiche del mondo moderno egli non può certo rispolverare gli insulti con i quali i suoi predecessori ottocenteschi tentarono inutilmente di anatemizzare il mondo moderno, sbarrandogli la strada e ricompattando il numeroso gregge. Per questo oggi gli apologeti ed i supporter hanno scelto la strategia del vittimismo che, come insegna l’etologia, è spesso preferibile e vincente rispetto all’aggressività.
In molti, anche su testate non confessionali, descrivono in questi mesi il Vaticano come una cittadella assediata dalle “forze della laicità” e raccontano di un papa “oltraggiato” (vedi Di Fazio, su La Sicilia, 20 aprile 2009): come se, ad esempio, discutere su ”l’inesistenza di Dio” costituisse di fatto un affronto diretto alla persona del Papa, ritenuto “teologo principe” del Vaticano II, ovvero di quell’assise che invece (ma lo si vorrebbe dimenticare) finalmente sentì il dovere di guardare e capire il mondo reale, confrontandosi alla pari con esso, limitando al possibile i filtri di una astrusa teologia.
E’ vero, il monto laico ce l’ha col papa, ma non senza motivi. Il fatto è che gli uomini ragionevoli in genere, ma prima di loro i filosofi e gli scienziati non accettano più le cosiddette ragioni della fede; e per loro non hanno alcun significato gli oggetti della fede, né le implicazioni di una particolare fede fra le tante. Tutto ciò è lontano, in contrasto e spesso assolutamente opposto alle acquisizioni delle loro discipline; e non accettandolo non può accettarsi, sulle loro basi, un derivato primato ideologico e morale del papa.
Ma, ancor più, non si può accettare, e qui veniamo al cuore delle polemiche di questi giorni, che le idee più o meno personali che ogni papa può avere, vengano quotidianamente brandite da quest’ultimo con toni accusatori d’altri tempi, verso laici ed atei, contro il mondo scientifico, contro le istituzioni politiche e civili. Perché, parliamoci chiaro, anche noi laici ed atei ascoltavamo con interesse il suo predecessore, che per ampie parti del suo pontificato ha messo al centro i valori dell’uomo quale è percepito oggi, piuttosto che astratti derivati della teologia medievale; che coinvolgeva con la sua storia personale; del quale si apprezzava il sincero afflato umano. Questo papa dice invece cose astratte e spesso, per molti, prive di senso; che non toccano i cuori; che irritano la ragione, a meno che non lo si ascolti con adulazione preconcetta. Questo papa spesso offende i più elementari e profondi sentimenti umani (vedi le tematiche bioetiche, la contraccezione, l’AIDS, il fine vita); sembra esercitare con sadico piacere una predicazione che non parla all’uomo di cultura e di scienza ma spesso neanche tocca l’animo di quello di strada, compiacendo invece uomini di chiesa il cui pensiero è inviluppato in arcaiche speculazioni teologiche.
Anche Giovanni Paolo II, per il suo status, è stato un uomo di potere; anzi ha rafforzato il potere della curia romana e soffocato impietosamente i dissensi interni alla chiesa. Ma prima di ciò parlava al suo gregge, fino all’ultimo fedele. Questo attuale papa pretende invece solo di comandare, talora nascondendo il bastone, su tutto e su tutti, sulla base di una dottrina che ha dimostrato di essere, nei suoi fondamenti, nulla più (e solo fino ad un certo periodo storico) che una utile interpretazione del mondo; ma che è da tempo, giustamente ed ampiamente, superata.
Scrivo questo senza preconcetti, ma da ateo, tuttaltro che chiuso in una cultura “statica”, “stupida” e “cretina” come taluni pubblicamente asseriscono, intimamente persuasi, evidentemente, che l’esercizio dell’insulto sia legittimo alla loro parte più che l’esercizio della dialettica allo schieramento opposto.

Francesco D’Alpa, responsabile Osservatorio UAAR sui fenomeni religiosi

Il sindacalista Cofferati condannato per comportamento antisindacale

Fonte: repubblica.it

Sergio Cofferati, nella sua veste di Presidente del Teatro Comunale, è colpevole di comportamento antisindacale nei confronti dei dipendenti della Fondazione. Il giudice del Lavoro Filippo Palladino ha infatti accolto il ricorso di due sigle sindacali, Fials e Cisl, contro la decisione della Fondazione di decurtare la paga non solo a coloro che aderirono agli scioperi del 22, 24, 26 e 27 marzo, ma anche ai lavoratori che quelle sere si presentarono in palcoscenico. Poiché La gazza ladrà non andò in scena, la Fondazione aveva applicato il principio della non ricevibilità della prestazione, informandone i dipendenti con un comunitato che il giudice ha ritenuto lesivo della libertà di sciopero. Secondo la sentenza depositata ieri, la Fondazione si farà carico delle spese processuali.

“Si tratta di un provvedimento di urgenza – dichiara il sovrintendente del Teatro Comunale di Bologna Marco Tutino – secondo il quale abbiamo avuto torto a comunicare ai dipendenti la nostra intenzione di applicare il principio di non ricevibilità della prestazione. La nostra intenzione rimane e l’applicheremo anche in futuro, con la differenza che non ne informeremo i dipendenti”. Marco Tutino annuncia inoltre che la Fondazione lirica farà opposizione al provvedimento del giudice del Lavoro: “Abbiamo 15 giorni di tempo per farlo, e lo faremo. Sarà utile quindi aspettare la sentenza di primo grado. E se necessario anche quella di secondo grado. Come abbiamo già dichiarato, la Fondazione non arretrerà di un passo. Continueremo a tutelare il Teatro contro il danno arrecato dagli scioperi di solo una piccola minoranza di dipendenti, e affronteremo tutti i gradi di giudizio”.

Dall’art.18 dello Statuto dei lavoratori, quello difeso da Cofferati con la manifestazione di tre milioni di lavoratori al Circo Massimo, nel 2002, all’art.28, dunque, quello che regola la condotta antisindacale. Secondo l’accusa accolta dal tribunale del lavoro, Cofferati lo avrebbe violato il 22 marzo scorso, in occasione della prima delle quattro giornate di sciopero che impedirono la messa in scena della ‘Gazza Ladra’ al teatro Comunale. Sulla bacheca del teatro comparve un avviso che i sindacati hanno giudicato illegittimo. C’era scritto, ricordò l’avv.Renzo Cristiani, che tutela Fisal e Fistel, che nel caso di sciopero non sarebbero stati pagati nemmeno coloro che allo sciopero non aderivano. Fu giudicato un “atto intimidatorio”.

Cofferati aveva sostenuto che a termini di statuto il responsabile non è il presidente della Fondazione, ma il sovrintendente, Mario Tutino. E che comunque in occasione di questi scioperi veniva violato da parte degli scioperanti uno dei principi cardine di una corretta lotta sindacale: e cioè che al danno inflitto al datore di lavoro con lo stop alle attività, corrispondesse un danno dei lavoratori, con la perdita della paga nelle ore di sciopero.

Secondo Cofferati, in alcuni casi, in quel teatro era sufficiente che una sola categoria di dipendenti, magari gli addetti alle luci, alcune unità, bloccasse il lavoro di tutti. Col risultato che il danno era massimo per il teatro, mentre alle altre decine di dipendenti doveva essere riconosciuto per intero lo stipendio. In questo modo, aggiunse, diventava molto facile scioperare. Secondo il difensore, Mario Jacchia, il ricorso non stava in piedi, perchè quello che fu fatto dal teatro era stato solo un esercizio di trasparenza.